“Le Virtù delle Nazioni”: Il Good Country Index Serve a Misurarne la Generosità

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L’epoca moderna si caratterizza per l’emergenza di questioni di rilevanza planetaria – dal surriscaldamento globale, alle normative in materia di proprietà intellettuali. Questioni che nascono assieme alla consapevolezza che quest’ultime difficilmente troveranno la propria risoluzione negli ordini nazionali esistenti.

“Tutti questi problemi”, come faceva notare il filosofo sloveno Slavoj Žižek a Che Tempo Che Fa, “sono comuni. Di tutti noi. Ed in questo senso formale sono problemi che richiedono nuove invenzioni dell’essere insieme, del nostro spazio comune, della solidarietà”. In tal contesto emerge la proposta del “Good Country index”(GCI) avanzata da Simon Anholt, un policy advisor indipendente, alla cui base vi si trova un’idea piuttosto semplice: “misurare in quale misura ogni paese sulla terra contribuisce al bene comune dell’umanità“. E come questi, alle volte, tendano a dissociarsi da questo obiettivo.

Attraverso l’analisi di una vasta gamma di dati provenienti dalle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali, Anholt ha così fornito ogni paese di un “bilancio” per i diversi settori di riferimento (cultura, pace, ordine mondiale, clima) che permette di cogliere con un rapido colpo d’occhio se quest’ultimo è “un creditore netto verso l’umanità, un peso per il pianeta, o una via di mezzo.”

L’autore nella descrizione dei dati aggiunge come dalla definizione di questi parametri esuli “alcun giudizio morale sui paesi”, specificando che quello che si intende per un good country (letteralmente “un buon paese“) è semplicemente “un paese che contribuisce al bene più grande”. L’iniziativa, che ha recentemente suscitato anche l’attenzione dell’Economist, sarà parte di una serie di progetti che Anholt intende lanciare nei prossimi mesi al fine “di avviare un dibattito globale circa la reale utilità dei paesi”.

“Questi esistono esclusivamente per servire gli interessi dei propri politici, delle proprie imprese e dei propri cittadini, o stanno lavorando attivamente per tutta l’umanità, per tutto il pianeta?” ci chiede provocatoriamente l’autore del GCI. “Il dibattito è critico”, conclude Anholt, “perché se la prima risposta è quella giusta, siamo tutti nei guai.”

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Elaborazione dati tratta dall’Economist