L’Economia e una Moneta Incatenano la Palestina ad Israele

Dalla moneta all’economia passando per Parigi

L’uso della stessa valuta ha naturalmente dei forti contraccolpi anche sull’economia reale rendendo la Palestina, dopo la firma dei protocolli di Parigi firmati nel 1994 in seguito ai Trattati di pace di Oslo , fortemente condizionata e legata all’economia israeliana. Questi protocolli sono fortemente criticati dai vertici dell’Autorità Palestinese (Ap), tanto da arrivare nel 2012 alla richiesta formale dell’attuale Presidente Palestinese Mahmud Abbas di riaprire i negoziati per cambiarli, ricevendo il niet di Tel Aviv come risposta.

Con l'accordo in questione, ufficialmente, l'Ap diventa responsabile in materia di importazione e politica doganale, ma solo per determinati beni e determinate quantità. Intrecciando  la dipendenza economica, il Protocollo lega le mani ai Territori e invece di permettere l'apertura verso l'esterno, obbliga il mercato palestinese ad aprirsi, come abbiamo visto quasi esclusivamente, a quello israeliano. Inoltre il governo di Tel Aviv ha il controllo sulla stragrande maggioranza di prodotti prima che questi possano raggiungere i Territori occupati o uscirne. Ovvero, importazioni ed esportazioni sono sotto il totale controllo israeliano, che stabilisce quantità, documenti, tasse doganali, tempi. Grazie a queste condizioni in pochi anni i prodotti israeliani, venduti a prezzi stracciati nei Territori, hanno occupato gli scaffali dei supermercati palestinesi. Come sottolinea Basel Natsheh, professore di economia alla Hebron University: “Le famiglie della Cisgiordania sono state costrette ad acquistare i prodotti israeliani, perché meno costosi e più facilmente reperibili. Basti pensare che l’80% di frutta e verdura provengono da Israele o dalle colonie israeliane.”.

Infine le tasse. Non che i palestinesi debbano pagare le tasse al governo israeliano, ma sempre grazie al protocollo di Parigi, Israele raccoglie le tasse dirette ed indirette dei palestinesi (dalle bollette all’IVA fino ai contributi dei lavoratori) e li gira in un secondo momento al governo di Ramallah. Questo negli anni si è rivelato uno strumento di potere che trasforma la dipendenza economica in pressione politica. Il 12 dicembre del 2012 il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, a seguito del riconoscimento, il 29 novembre dello stesso anno, dello Stato Palestinese come Stato non membro Osservatore Permanente presso l'Assemblea delle Nazioni Unite, ha annunciato lo stop dei trasferimenti fino a marzo. Circa 100 milioni di dollari al mese, che il governo di Ramallah avrebbe impiegato in gran parte per pagare i salari dei circa 153mila dipendenti pubblici.