L’Economia e una Moneta Incatenano la Palestina ad Israele

L’economia Palestinese tra restrizioni e donazioni internazionali

L’alto numero di dipendenti pubblici non è casuale. Le restrizioni ai movimenti dei lavoratori ha generato un’impennata di assunzioni nel settore pubblico per cercare di arginare l’emorragia occupazionale. Una conseguenza diretta del peso delle restrizioni la troviamo nella Striscia di Gaza dove, secondo un articolo di Al Jazeera, un florido settore economico è quello dei tunnel che mettono in comunicazione Gaza con l’Egitto. Il giro d’affari stimato è intorno ai 700 milioni di dollari all’anno, con circa 7000 palestinesi che lavorano in oltre 500 gallerie, numero significativo se si conta che la Striscia conta un milione e 800.000 abitanti.

Secondo uno studio della Banca Mondiale, l’economa dei territori palestinesi potrebbe rilanciarsi se  le restrizioni che la politica di sicurezza israeliana impone nell’Area C dei Territori Palestinesi, in particolare in Cisgiordania, fossero abolite. L’Area C in questione, a differenza delle Aree A e B dei Territori che includono le principali città e villaggi palestinesi, è caratterizzata da continuità territoriale e da una ricca dotazione di terreni agricoli e risorse naturali.

Se l’economia palestinese potesse avvalersi di queste risorse, potrebbe incrementare il prodotto interno lordo di un 35%. In pratica, secondo gli esperti della Banca Mondiale, le restrizioni causano ai palestinesi perdite per 3,4 miliardi di dollari.

Alle stesse conclusioni è giunto il Fondo monetario Internazionale, che in un recente paper sottolinea come l’interruzione dei negoziati per la pace ha smorzato le prospettive economiche dei territori palestinesi, portando a maggiori restrizioni da parte d’Israele e a sempre un maggior peso per l’economia palestinese degli aiuti e donazioni internazionali.

Proprio le donazioni e gli aiuti internazionali stanno diventando fondamentali nell’economia palestinese. Ma secondo un report dell’Autorità monetaria palestinese, la maggior parte degli aiuti stranieri viene destinato ai consumi e non investito, il che implica che la Palestina non può dipendere da questo aiuto per raggiungere una crescita economica sostenibile. Inoltre, una percentuale relativamente elevata di un aiuto viene dato ai palestinesi sulla base di considerazioni politiche piuttosto che per la solidarietà e lo sviluppo, il che rende i palestinesi meno affini con i donatori. Una riprova del carattere strettamente politico che caratterizza gli aiuti internazionali, si è manifestato quando nel 2012, a seguito della vittoria del movimento di Hamas nelle elezioni della Striscia di Gaza, il sostegno internazionale si è dimezzato, portando conseguentemente il tasso di crescita del Pil palestinese dal 9% annuo del periodo 2008-2011 al 5,9% del 2012.

L’economia palestinese è praticamente dipendente da quella israeliana. Il ripristino dei trattati di pace e la rinegoziazione del protocollo di Parigi sembrano due passaggi fondamentali per garantire ad entrambi i popoli crescita, pace e benessere. Le notizie dell’attacco a Gaza in questi giorni ci ricordano ancora una volta quanto sia lunga la strada da fare.  La questione economica nel frattempo sta prendendo sempre più spazio nel dibattito tra la popolazione palestinese. Un paio di anni fa un gruppo di Facebook ha messo in atto una nuova forma di manifestazione non violenta nei territori, invitando la popolazione a scrivere sulle banconote israeliane "Free Palestine". Quando si dice che il mezzo è il messaggio.