Quando l’Impresa Incontra l’Arte: i 25 Anni di Guggenheim Intrapresæ

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Metti ventidue aziende di successo. Metti ventidue nomi tra cui Acqua di  Parma, Manifatture Sigaro Toscano, Gruppo Campari, IED, Mapei, Safilo e Swatch. Metti una data di nascita, il 1992, e un obiettivo comune, quello di valorizzare uno dei migliori asset al mondo: l’arte.

Il risultato è Guggenheim Intrapresæ, un network pionieristico e filantropico di realtà imprenditoriali che non solo hanno il coraggio di sperimentare, ma credono fortemente nel progetto culturale che vivono e comunicano in prima persona.ee448947000979.586d17ad94063 (1)

Una rete di imprese che quest’anno festeggia le nozze d’argento con la Collezione Peggy Guggenheim, celebre museo veneziano con sede a Palazzo Venier dei Leoni. Un tempo abitazione privata di Peggy Guggenheim – moglie dell’artista Max Ernst e nipote del magnate e collezionista d’arte Salomon Guggenheim – il museo rappresenta oggi un punto di riferimento per l’arte moderna europea e statunitense, ed ospita una collezione che vanta opere di Magritte, Boccioni, Picasso, Fontana, Pollock, Kandinskij, Duchamp, Dalì e tanti altri.

Per il venticinquesimo anniversario dalla nascita di un connubio tanto prezioso, Guggenheim Intrapresæ ha scelto di dare all’evento un titolo che non ha bisogno di parafrasi, Fabbricatori di Cultura, all’interno di una location che non ha bisogno di presentazioni: la storica Villa Guastavillani, che domina Bologna da uno dei colli più panoramici della zona. Odierna sede della Bologna Business School, la villa ha fatto da cornice agli interventi di una serie di ospiti d’eccezione italiani e internazionali, ciascuno dei quali ha fornito un lungimirante contributo su cosa significhi, oggi, scegliere di investire nell’arte e nella cultura.

Villa Guastavillani, sede della Bologna Business School
Villa Guastavillani, sede della Bologna Business School

Apre le danze Philip Rylands, Direttore del museo, che rinnova la positiva collaborazione con la rete di eccellenze italiane, descrivendo il museo come luogo di incontro e amicizia per le imprese: una finestra creativa sul mondo, a cui affacciarsi con un’ottica di lungo periodo. Gabriele Corte, Responsabile Area Italia della banca BSI, in qualità di partner dell’evento, ricorda ai presenti che essere azienda significa prima di tutto avere una responsabilità sociale: “Senza cultura non c’è società, senza società non c’è impresa” è il suo incontrovertibile messaggio. Chiosa con ironia questo intervento il moderatore dell’incontro, Igor Zanti, Direttore IED Venezia: “Smettiamola di dire che con la cultura non si mangia. Con la cultura si mangia, e anche bene”.

È il turno di Anna Zegna, Presidente della Fondazione Zegna, che con un nostalgico parallelismo ricorda il nonno, Ermenegildo, che con Peggy Guggenheim condivideva due cose: il secolo e l’amore per l’arte. Creatività, passione e innovazione sono i mantra di chi, come loro, ha saputo lasciar fluire il proprio genio, plasmando il territorio circostante e creando bellezza non solo per sé ma anche per chi con loro ha avuto il privilegio di collaborare. Due i progetti in corso per la Fondazione, entrambi legati all’arte contemporanea: Visible e All’aperto. Con essi, l’arte diventa parte di progetti più ampi, legati all’ambiente, al sociale e all’economia, rappresentando una forma di cambiamento della società, e di contesti preziosi ma spesso dimenticati.

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Prende la parola Enrico Loccioni, Presidente del Gruppo Loccioni, che racconta la sua storia imprenditoriale: discendente da una cultura contadina formatosi in un istituto professionale, inizia come artigiano nel campo elettrico, prefiggendosi l’obiettivo di diffondere sul territorio un modello in grado di sviluppare lavoro e conoscenza, grazie all’integrazione di idee, persone e tecnologie. La cultura d’impresa si basa sulla valorizzazione delle persone, dalla clientela, fondamentale per la sopravvivenza di qualsiasi realtà aziendale, ai lavoratori, che con la loro attività contribuiscono al miglioramento dei prodotti, dei processi e dell’industria nella sua totalità.

Giovanna Forlanelli Rovati, General Manaer di Rottapharm Biotech, Vice Presidente dell’associazione Luigi Rovati e membro dell’Advisory Board della Collezione Peggy Guggenheim, spiega come quello del gruppo sia un modello da replicare: il museo veneziano è un’azienda in utile, che funziona grazie ai valori di apertura, passione, ricerca, condivisione e altruismo . Valori in cui Luigi Rovati, che ha portato la prima forma di biotech in Italia, credeva profondamente, al punto da riuscire a trasferirli nella propria azienda. La contaminazione tra metodologia scientifica e arte modella la cultura d’impresa portandola ad essere for benefit, oltre che for profit, tramite l’avvicinamento degli individui all’arte quale migliore manifestazione di social responsibility.

Installazione, Peggy Guggenheim Collection

Tocca a Thomas Girst, Global Head of Cultural Engagement del Gruppo BMW, che rompe gli schemi e richiama William Blake con una domanda aperta: is money the curse of art?. Domanda a cui non esita a rispondere che no, il denaro non può e non deve essere la rovina dell’arte. Semplicemente perché non esiste maledizione che possa davvero scalfirla: qualunque cosa si faccia con l’arte, lei rimane libera. È questo lo spirito con cui BMW approccia il mondo della cultura da quasi 50 anni, consapevole del fatto che le grandi aziende vengono giudicate non solo in base ai risultati, ma anche per il modo in cui il business plasma la reputazione del brand. È fondamentale creare reale interazione e partnership durevoli: la vera tragedia sarebbe ridurre l’engagement tra impresa e arte a un mero trasferimento di risorse finanziarie.

Alessandro Chiesi, Head of Europe di Chiesi Farmaceutici, lascia da parte il proprio ruolo manageriale per raccontare il progetto “Parma, io ci sto!” che ha ideato insieme all’imprenditoria locale di fascia alta: Guido Barilla, Andrea Pontremoli, l’Unione Parmense degli Industriali e Fondazione Cariparma. Due le convinzioni nella testa dei promotori: da un lato, valorizzare il territorio e la sua offerta è cosa fondamentale per attrarre i talenti di cui le imprese locali hanno bisogno. Dall’altro, l’arte e la cultura rappresentano una delle quattro leve su cui è doveroso puntare per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso. Senso di restituzione ma anche allineamento, tra il benessere del territorio, che deve tornare a essere valorizzato, e quello delle imprese che vi si insediano.

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Chiude Michela Bondardo, ideatrice del progetto Guggenheim Intrapresæ insieme a Philip Rylands direttore della Collezione Peggy Guggenheim, premiando il coraggio dimostrato dal museo veneziano quando, 25 anni fa, gli fu proposto di imbarcarsi in una collaborazione senza precedenti al mondo. Coraggio, ma anche generosità, sono le clausole di un contratto tra la Collezione e le imprese che non è una semplice scrittura da rispettare, ma un accordo finalizzato alla creazione di valore. Non usa e getta: “La cultura richiede tempo” è la verità conclusiva.

Investire nell’arte significa investire in una delle poche certezze che ci sono rimaste, sembra essere il messaggio sotteso a ciascun intervento. Certezze che uniscono e che vanno valorizzate, nell’ambito di un progetto che per essere portato avanti ha bisogno di persone che vi credono profondamente. Un progetto che sarebbe riduttivo e limitante etichettare come “sponsorship” ma che, al contempo, della sponsorship meriterebbe la stessa popolarità, gli stessi benefici fiscali, lo stesso supporto da parte delle istituzioni. Investire nell’arte e nella cultura non è solo una missione nobile e filantropica. Non è qualcosa di elitario. È un’azione necessaria ad accompagnarci nel futuro senza mai dimenticare la bellezza del passato.