Lo Sguardo del Mondo Ancora su Parigi: Al Via la Conferenza sul Clima

L’eventualità di un patto al ribasso è sempre dietro l’angolo e a paventarla non sono solo attivisti, come Naomi Klein e le associazioni ambientaliste. Il fatto è che veniamo da decenni di risultati deludenti, miseri, tali da far dubitare anche il più ben disposto negoziatore della possibilità di ottenere obiettivi sostanziali relativamente a questioni legate al clima e all’ambiente. Inutile dire che sarebbe un errore tragico, che potrebbe costare carissimo: la scienza, gli effetti evidenti regolarmente riportati dalle statistiche più accurate, il manifestarsi sempre più frequente di fenomeni estremi e temperature anomale sanciscono a gran voce l’impossibilità di rimandare ulteriormente un accordo senza subire variazioni irrimediabili per il nostro stile di vita e per l’ecosistema in cui ci troviamo a vivere. Alterazioni, quelle che potenzialmente andranno ad affliggere ambienti fragili, che in molti casi si sono già manifestate. La mano responsabile di tutto questo, inutile negarlo, è quella dell’uomo. Dei suoi comportamenti, delle sue abitudini di tutti i giorni. Ed è implicito che nella definizione di uomo si debbano intendere anche le attività che esercita nel mondo del lavoro, che causa esternalità, dunque aziende, grandi imprese, multinazionali, specie quelle che trattano energie combustibili per lo svolgimento dei propri affari. Questioni scontate per quanti da tempo premono per il rispetto di standard rigidi e consapevolezza sui temi ambientali. Fastidi e semplici frustrazioni per altri che vivono la propria quotidianità incuranti di questa spada di Damocle pendente sulle loro stesse teste e che loro stessi contribuiscono a creare. Vuoi perché ignorano, vuoi per ignoranza.

E c’è una bella differenza tra i due termini sopra riportati: guai a pensare che tutti le persone uniformemente abbiano eguale senso di responsabilità riguardo al cambiamento climatico. Se è meno grave che questo accada tra semplici cittadini, laddove comunque si rende necessario un processo culturale che porti al riconoscimento di queste istanze, lo è ben di più quando a non affrontare tali conseguenze sono personalità politiche. Che spesso, semplicemente, negano e denigrano. Dapprima, la realtà dei fatti; poi, il lavoro di migliaia e migliaia di scienziati e ricercatori che da anni lavorano su ambiente, temperature e questioni affini. Ora però, anche per onorare la serietà di queste attività e del tema in sé, è importante che a Parigi si metta un punto fermo sul riconoscimento dello stato di urgenza, pervenendo ad un accordo possibilmente vincolante.

Anche in questo caso però di certezze non ce ne sono mentre di dubbi apparentemente sì. L’entità di 2,7 gradi centigradi come soglia entro cui contenere il cambiamento climatico da qui al 2100 è data ormai per stabilita, con prescrizione di non superare i 2 gradi mentre sembra essere il 70% la percentuale decisa per le riduzione di emissioni entro il 2050, rispetto al precedente del 2010. La preoccupazione, a questo punto, non sta tanto nell’accettazione di tali parametri quanto nella modalità con cui si andranno a implementare. Vale a dire, ci sarà un accordo vincolante tra i paesi o rimarrà tutto “sulla carta”, con il risultato di non poter mai andare ad indagare effettivamente se tali prescrizioni sono state rispettate e comminare, eventualmente, sanzioni? Non è difficile intuire quale sarebbe, tra le due opzioni, il famoso patto al ribasso.