Parla Tommaso Longobardi, esperto di comunicazione politica nell’era digitale

“Il Times ha scritto 7000 pagine che illustrano come la Casa Bianca abbia mentito sulla guerra del Vietnam per 30 anni”,afferma Ben Bradlee interpretato da Tom Hanks in “The Post”. Nei primi anni 70 la questione del Vietnam negli States era soltanto il polverone in auge prima dell’inaspettata bufera. 17 giugno 1972, scoppia lo scandalo politico più grande di tutti i tempi, il primo scandalo, Watergate, ricordato come l’inchiesta giornalistica che ha suscitato grande interesse da parte dell’opinione pubblica fino a coinvolgere “tutti gli uomini del presidente”. Questo dimostra come giornalismo e politica sono sempre andati di pari passo, “watchdog” della democrazia, a supporto o distruzione, vittima e carnefice, in alcuni casi, l’uno dell’altra. Ma con l’avvento di internet? E con i social network? Oggi, la comunicazione politica è diventata la base stessa del fare politica, non è un caso se i nostri rappresentanti di governo si preoccupino di postare sui social network un tot di contenuti al giorno piuttosto che rilasciare interviste. Tuttavia la distanza tra il mondo americano e quello italiano è, nonostante una marcata globalizzazione e annullamento delle distanze, abbastanza consistente. “Molti strateghi affermati, arrivati dall’America per supportare candidati o partiti italiani durante le campagne elettorali, non si sono poi rilevati dei grandi comunicatori nei confronti della nostra popolazione”, ci ha raccontato Tommaso Longobardi, protagonista della nostra intervista, classe 1991, spin doctor e noto esperto di comunicazione politica nell’era digitale. Un ragazzo che ha capito sin da subito quanto fosse importante avvicinare le istituzioni al mondo del web. Sensibilità spiccata la sua verso problematiche sociali di grande attualità, presidente in passato dell’Associazione Nazionale Antimafia “Falcone e Borsellino” – spiega – “un progetto nato insieme ad altri ragazzi per dar voce a una tematica che reputo tuttora della massima importanza: il contrasto al crimine organizzato con la cultura dell’antimafia”. E’ così che Tommaso ci offre, grazie a bagagli colmi d’esperienza, una chiara chiave di lettura su dei tempi ibridi, quelli della politica 2.0, del populismo contro il politically correct. I tempi della strumentalizzazione a suon di like e sponsorizzazioni. La sintesi dei nostri giorni.

Come nasce la sua attività sui social?

Utilizzavo i social per parlare di argomenti socio-politici come hobby, poi studiando psicologia ho iniziato ad appassionarmi al legame tra psicologia sociale e mondo online e il resto è stato automatico.

Si definirebbe uno spin doctor? 

Credo che chiunque si occupi di comunicazione digitale politica debba essere obbligatoriamente anche un po’ spin doctor.

Leggiamo che è stato bloccato da alcuni politici su Twitter. Come reagisce nei confronti di queste azioni? 

Questione di strategia social. Probabilmente hanno ritenuto che fosse giusto bloccare il mio account in relazione al fatto che spesso e volentieri le mie risposte ai loro tweet ricevevano più interazioni del messaggio principale. Fa parte del gioco.

È passato alla storia come il ragazzo che ha bruciato la tesi il giorno della sua laurea. Cosa voleva dimostrare? 

Era un gesto puramente simbolico che sapevo (in relazione al linguaggio sui social utilizzato in quel periodo) sarebbe diventato virale. Un messaggio di sprono ai giovani nell’interessarsi al fenomeno politico, che stava (e sta) obbligando tanti di noi a dover lasciare la nostra terra non per decisione personale, quanto per mancanza di prospettive. Sono passati 6 anni, ma ancora credo sia fondamentale che i giovani si interessino alla politica per tentare di spronare questa nel fare gli interessi di chi vuole costruire qualcosa qui.

Quanto è importante saper comunicare sui social per un politico senza sfociare nella cloache della banalità?

Io mi rifaccio sempre alle parole di Gianroberto Casaleggio pronunciate nel 2013: “Mostratemi un politico moderno che non capisce internet e vi mostrerò un perdente”. Non conoscere la rete e il linguaggio social, significa non poter entrare nel dibattito politico e quindi scomparire in termini mediatici. Per quanto riguarda il saper comunicare, credo che tralasciando questione di messaggi banali o profondi, ogni politico crei – consapevolmente – in base al linguaggio scelto un determinato target di riferimento.

Difficile pensare Craxi o Andreotti in alcune vesti e contesti.

Vero, come d’altronde qualsiasi politico del passato. Proprio dal passato infatti possiamo notare l’enorme cambiamento portato dalla rete nel mondo della comunicazione politica. E purtroppo non sempre ha portato a miglioramenti.

Si parla di eccessivo populismo, l’accusa mossa è che i politici vogliono mostrarsi così vicini alla gente che si dimenticano del ruolo che investono. 

Credo che il mondo social sia uno straordinario mezzo che ha permesso, per la prima volta, alla politica di avere finalmente un rapporto diretto con i cittadini. Tuttavia concordo sul fatto che la politica non debba essere solo comunicazione e che, oltre i messaggi di vicinanza, debba prima di tutto dare risposte concrete.

Viviamo una trasformazione legata al modo di fare informazione. I social network sono vere e proprie fonti insieme ad un mare di fake news, i politici parlano con la propria voce e spesso cadono in trappola. Come dosare buon e cattivo utilizzo e fino a che punto bisogna farne uso?

Reputo il tema delle fake news e della disinformazione molto articolato, servirebbe un intero libro per parlarne. In ogni caso, un tema poco dibattuto dalla politica – forse troppo appiattita sulla strumentalizzazione del tema fake news – è quello dell’alfabetizzazione digitale. Se si vuol combattere la disinformazione in rete, la politica si occupi di contrastare questo fenomeno aiutando i cittadini a conoscere in maniera più approfondita il mondo della rete.

Ci parli del suo libro appena pubblicato, appunto, sulla comunicazione politica. 

“Comunicazione politica nell’era digitale”, un vademecum per conoscere le strategie comunicative digitali dei partiti e per comprendere le modalità con cui i politici oggi si rapportano nei confronti della popolazione.

È inoltre Presidente della Associazione Nazionale Antimafia “Falcone e Borsellino”. Di cosa vi occupate nel concreto?

E’ un’associazione nata tantissimi anni fa, un progetto con cui con altri ragazzi tentammo di sensibilizzare su un tema che reputo tuttora della massima importanza: il contrasto al crimine organizzato con la cultura dell’antimafia. Il nostro obiettivo era quello di costruire una rete nazionale, ma essendo ragazzi senza troppe conoscenze nelle varie regioni, purtroppo non riuscimmo a costruire molto. Oggi è un progetto dormiente.

La mafia ha assunto connotati diversi nell’immaginario collettivo dopo i primi anni 90. Oggi si è trasformata ma fino a che punto ha smesso di farci paura? 

Credo che la mafia abbia smesso di farci paura quando la si è iniziata a considerare simile a noi. Quando si reputa accettabile che si commettano crimini in relazione all’assenza di Stato. Quando si cerca di “umanizzare” un mafioso. Nella mia pagina ho affrontato molto il tema del contrasto alla mafia e la maggioranza di coloro che tentano di negarne la pericolosità sono sempre persone che credono di vivere le stesse “ingiustizie” subite da questi delinquenti, che ha detta loro, commettono crimini quasi come forma di “rivendicazione sociale”. Tuttavia, è confortante notare che la rete stia piano piano emarginando questi fenomeni, relegandoli a piccole community dove comunicano solo tra di loro.

Ha conosciuto lo spin doctor di Donald Trump, quanto differisce il modo di fare politica in Italia rispetto agli States?

In termini comunicativi l’America è completamente un altro mondo. Lì vige il modello di successo, chiunque nella vita si sia realizzato per meriti professionali viene visto come un simbolo del sogno americano. In Italia invece avremmo molti problemi ad accettare un modello di quel tipo, per questo motivo – relativamente a una profonda diversità sociale e culturale – la comunicazione politica è totalmente diversa da quella americana. Infatti, molti strateghi politici affermati, arrivati dall’America per supportare politici o partiti italiani durante le campagne elettorali, non si sono poi rilevati dei grandi comunicatori nei confronti della popolazione italiana.

Come crede si evolverà il mondo dell’informazione digitale nel nostro Paese nei prossimi quindici anni? 

Intanto c’è da dire che l’informazione, in relazione all’approccio nel mondo social, ha già subito una profonda trasformazione. Oggi le testate stanno smettendo di ragionare in termini di copie vendute e iniziano a guardare gli accessi mensili sui loro siti. Essendo però gli accessi, meno fruttuosi delle copie, questo sta creando grossi danni ai giornali, che hanno dovuto già sconvolgere le loro redazioni inserendo professionalità legate al mondo social. In sincerità sono molto preoccupato per il futuro dell’informazione, proprio perché i giornali stanno perdendo ogni forma di “rientro economico” e mi chiedo in che modo reagiranno molte redazioni. Spero che il web fornisca sempre più mezzi per permettere alle redazioni di tirare avanti e che non venga compromessa la libera informazione da “finanziamenti esterni”.

 

Grazia Di Maggio

Classe 1994. Lucana di nascita, milanese d’adozione. Si laurea con lode in Linguaggi dei Media presso l’Università Cattolica di Milano. Dopo svariati stage, collaborazioni ed esperienze nel mondo del giornalismo, del sociale e delle istituzioni, decide di allargare il proprio background con una specialistica in Politiche Europee ed Internazionali, perché come insegnava Tucidide “per capire il presente bisogna conoscere il passato”. Curiosa per passione e stacanovista per deformazione, vive alla ricerca di nuove sfide, stimoli e opportunità che possano arricchirla. Nel tempo libero… ops, cos’è il tempo libero?

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