Mar Cinese Meridionale: Tra Business e Politica

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Il 21 maggio 2014, nel corso della Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA) il presidente Xi Jinping dichiarò che la Cina “cerca di sviluppare relazioni amichevoli e di cooperazione con gli altri paesi sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica”. Questi principi consistono nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, nella loro reciproca non aggressione, nella reciproca non interferenza negli affari interni degli stessi, nella equa ricerca di un comune vantaggio e infine nel mantenimento della pace.

È all’interno di questa cornice che va inserito il progetto, continentale e oceanico, che riprende la storica Via della Seta e che è stato denominato One Belt One Road (OBOR).

Per quanto riguarda la parte del piano cinese che si svilupperà sul continente euroasiatico, Silk Road Economic Belt (SREB), la Via fa riferimento alle autostrade e linee ferroviarie ad alta velocità che serviranno da collegamento tra la Cina e l’Europa passando per l’Asia continentale. Si tratta di quel legame economico che si concretizzerà nelle infrastrutture di supporto come, ad esempio, gasdotti, oleodotti, reti elettriche, collegamenti internet in fibra ottica, ma anche strutture di accoglienza e turistiche. 65 Paesi, 4,4 miliardi di persone, 63% della popolazione mondiale, sono interessati dalla Nuova Via della Seta. Per il momento questi Paesi rappresentano solo il 29% della produzione mondiale, ma siamo solo all’inizio di un riequilibrio globale intorno l’Eurasia. La Cina prevede che entro 10 anni le sue relazioni commerciali con i Paesi lungo ciò che definisce “Via e Corridoio” dovrebbero più che raddoppiare a 2,5 trilioni di dollari.

Per quanto invece riguarda la parte del progetto che si dipanerà via mare, principalmente attraverso l’Oceano Indiano – 21th Century Maritime Silk Route Economic Belt (MSR) -, la Rotta si svilupperà insieme ai porti e alle connessioni marittime lungo le coste dei numerosi paesi interessati. Sono più di 25 miliardi di dollari previsti per il progetto della “Via della Seta Marittima”.

La 21st Century Maritime Silk Route Economic Belt partendo dalla regione costiera del Fujian, di fronte all’isola di Taiwan, scenderebbe lungo il Mar Cinese Meridionale, attraversando lo Stretto di Malacca e dopo aver attraversato l’Oceano indiano risalirebbe il Mar Rosso fino al Canale di Suez. Una volta nel Mediterraneo punterebbe lungo il Mare Adriatico su Venezia, dove ripartirebbe la via terrestre sino in Olanda al porto di Rotterdam

La forza geo-economica di questo immenso progetto infrastrutturale risiede nella sua capacità di attrarre l’attenzione di una sessantina di paesi, che su iniziativa cinese hanno costituito una grande banca di investimenti per sostenere il progetto. Tra i 52 paesi che hanno aderito all’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB, diventata operativa il 25 dicembre 2015, con un capitale di 100 miliardi di dollari) ce ne sono 12 membri della NATO (Regno Unito, Francia, Olanda, Germania, Italia, Lussenburgo, Danimarca, Islanda, Spagna, Portogallo, Norvegia) e tre alleati storici degli Stati Uniti in Asia (Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda).

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Volgendo la nostra attenzione agli aspetto geo-economici dei luoghi, vediamo che il Mar Cinese meridionale è un’area di 3,5 milioni di chilometri quadrati al centro delle politiche economiche e di sicurezza di una moltitudine di Stati. Cina, Brunei, Taiwan, Malesia, Filippine e Vietnam si disputano un’area limitata d’importanza strategica per le risorse naturali in esso contenute, petrolio, gas e aree peschiere – il 10% del totale mondiale – e per le vie commerciali che transitano in esso.
Si stima che circa 5.000 miliardi di dollari in beni passino per l’area su navi mercantili di ogni bandiera che rappresentano circa la metà del tonnellaggio mondiale. Il petrolio che passa nell’area è sei volte maggiore quello che passa il Canale di Suez e diciassette volte maggiore quello del canale di Panama. Circa due terzi delle risorse energetiche coreane, taiwanesi e giapponesi passano nella zona, nonché l’80% di quelle cinesi. Le riserve di idrocarburi contenute nei fondali sono stimate tra i 7 e gli 11 miliardi di barili di petrolio e tra i 200.000 e i 900.000 miliardi di metri cubici di gas naturale (è bene specificare che esistono diverse stime con valori diversi, ma gli ordini di grandezza non variano e sono impressionanti).

Per i paesi vicini tali giacimenti sarebbero di vitale importanza, vista la grande fame di energia che caratterizza paesi industrializzati e in via di sviluppo come Vietnam, Cina e Filippine e il Brunei, la cui economia dipende fortemente dall’industria di estrazione petrolifera e del gas.

L’area è centrale anche dal punto di vista demografico, con 1.3 miliardi di cinesi, 615 milioni provenienti dal resto dell’area ASEAN e 1.2 miliardi di indiani: l’asse di importanza del continente asiatico si sta inesorabilmente spostando verso questa piccola, ma fondamentale area. La situazione nella regione si è aggravata negli ultimi anni in seguito ad un posizione pro-attiva della Cina rispetto alla sua l’influenza nella zona.

Per mettere le cose nella giusta prospettiva, il petrolio recuperabile in tutto il Mar Cinese Meridionale coprirebbe meno di due anni della domanda di petrolio di Pechino  e poco più di due anni delle importazioni petrolifere del gigante asiatico. Nel 2015, la domanda di petrolio della Cina è stata in media di 10,32 milioni di barili al giorno, mentre le importazioni petrolifere sono state di 6,74 milioni di barili al giorno. Nel 2015 la richiesta di gas della Cina è arrivata a circa 6,78 miliardi di piedi cubici, quindi, la totalità delle riserve di gas nel Mar Cinese Meridionale è sufficiente a coprire teoricamente 20 anni di domanda di gas da parte della Cina e 91 anni di importazioni. Il gas estratto in quest’aree è rivendicato dalla Cina ma si trova in aree marine vicine al  Vietnam o alle Filippine e in futuro potrebbe essere economicamente sostenibile solo con gasdotti che riforniscano i mercati locali vietnamita o filippino oppure se trasformato in gas naturale liquefatto per l’esportazione.

Origine delle dispute che si tengono da alcuni anni nell’area, è il tentativo della Cina di ridisegnarne i confini secondo un’ipotetica nine-dash line a scapito delle Zone Economiche Esclusive così come disegnate dal diritto internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), entrata in vigore nel 1994, non ha risolto la questione, ma dato nuovi spunti per i reclami dei diversi stati nell’area infuocando il dibattito sulle nuove norme. Al momento otto delle isole Spartly, facenti parte di un gruppo di circa 70 scogli e atolli presenti nell’area, sono sotto il controllo cinese, 29 sono controllate dal Vietnam, 8 dalle Filippine, 5 dalla Malesia, 2 dal Brunei ed una da Taiwan. Queste isole, che vantano un’estensione di circa 400 000 km, sono, a prima vista, solo nudi scogli disabitati ed inospitali. Ciò che li porta ad essere classificati tra le aree più contese al mondo, è la loro posizione strategica e la loro ricchezza di combustibili fossili. Questi “scogli” sono situati infatti lungo la linea di transito di circa il 40% del commercio mondiale (diretto verso Africa, Europa e Medio Oriente), e sempre lungo questo percorso transita circa il 25% del petrolio commerciato a livello internazionale. Quella delle Spratly è inoltre una delle zone più pescose di tutto il Mar Cinese meridionale. I paesi della ragione sono tra i maggiori produttori mondiali nel settore della pesca e dell’acquacoltura, con ingenti guadagni derivanti dall’export. In questi luoghi, la pesca è sia una risorsa alimentare che culturale: l’alimentazione tipica di queste popolazioni include infatti una grande quantità di pesce.

In questo complesso scenario, Pechino ha deciso da tempo di portare a termine un programma di modernizzazione a scopi civili delle isole sotto il suo controllo de facto. Questo a cominciare dalle isole artificiali, che vedranno al più presto un faro e una nuova stazione di comunicazione marittima. Le manovre cinesi tuttavia non sono affatto state accolte positivamente dagli altri Stati dell’area né dagli Stati Uniti, che hanno accusato Pechino di creare, così facendo, instabilità nel Mar Cinese Meridionale.

Sebbene questa area sia nel Mare Cinese meridionale, per la sua distanza superiore alle 12 miglia marittime dalla terraferma, non è considerata di proprietà cinese nonostante la Cina ne rivendichi l’80%. E’ soggetta al Law of the Sea Treaty, ovvero alla Convenzione dell’Onu sul Diritto del Mare (UNCLOS), che definisce i diritti e le responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Tutti i paesi contendenti le Spratly hanno firmato e ratificato la Convenzione, fatta eccezione per gli Stati Uniti, il cui Senato non l’ha ancora approvata.

Le pretese sulle Isole Spratly fanno parte di un progetto più grande elaborato dalla Cina, quello di stabilire una serie di aree di difesa aerea (Air Defense Identification Zone o ADIZ, ove un Paese rivendica il diritto di identificare chi le sorvola) nell’area del Mar Cinese Orientale, e di realizzare una serie di queste lungo quella che i cinesi chiamano “la linea dei nove punti”. Si tratta di una linea di demarcazione e di difesa, risalente agli obiettivi del periodo nazionalista cinese. Essa si estende per quasi 1800 km a Sud della Cina continentale e arriva a 40/50 miglia dalla costa di stati come il Vietnam, la Malesia, il Brunei e le Filippine. Se la Cina rivendicasse il limite delle 200 miglia dalla zona economica per tutti i siti che occupa, precluderebbe l’accesso a quasi tutto il Mar Cinese meridionale.

Da alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l’”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile.

Oggi la  portavoce del ministero degli esteri cinese, Hua Chunying,  ha esortato gli Usa a «Rispettare la sovranità e la sicurezza degli altri Paesi». Secondo il rapporto Usa, le operazioni militari “freedom of navigation” che nel 2015 hanno interessato le acque rivendicate da 13 Paesi, tra i quali la Cina e l’Indonesia, sono servite a salvaguardare i diritti e la libertà all’utilizzo legittimo del mare e dello spazio aereo garantito ad ogni Stato  in virtù del diritto internazionale.

Volgendo infine lo sguardo su Taiwan, la sua posizione internazionale è stata definita nel tempo in base ai rapporti con Pechino e alle conseguenze di una situazione spesso tesa che coinvolge i generali equilibri del Pacifico. La controversia riguardante lo status politico di Taiwan è imperniata sulla questione se l’isola, con i piccoli arcipelaghi delle Penghu, Kinmen e Matsu debbano rimanere effettivamente indipendenti come territorio della Repubblica di Cina – in una posizione non definita rispetto alla Repubblica Popolare Cinese – essere effettivamente unita alla RPC, oppure dichiarare formalmente l’indipendenza, rompendo il legame con la Cina continentale e diventando semplicemente la Repubblica di Taiwan. Una controversia incentrata dunque sulla legittimità della sua stessa esistenza come stato sovrano e sul conseguente riconoscimento da parte della comunità internazionale.
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Taiwan e le isole minori formano in effetti la giurisdizione della Repubblica di Cina, che ha ottenuto il controllo di questi territori nel 1945. Qui il governo nazionalista si è ritirato dopo la sconfitta nella guerra civile e l’abbandono del continente nel dicembre 1949, potendo contare sul sostegno degli Stati Uniti. Il governo della Repubblica di Cina in passato ha sostenuto con fermezza la propria legittimità in qualità di unico rappresentante della Cina, una posizione che ha iniziato a essere parzialmente rivista negli ultimi anni del secolo scorso. Attualmente Taiwan mantiene relazioni diplomatiche ufficiali con 22 Stati riconosciuti alle Nazioni Unite, tra i quali c’è la Santa Sede (che all’ONU è Osservatore), benché relazioni de facto siano mantenute con quasi tutti gli altri paesi soprattutto grazie agli Uffici di Rappresentanza di Taipei.

Nonostante ripetuti momenti di crisi negli ultimi sessant’anni, i rapporti tra Taiwan e Repubblica Popolare Cinese, soprattutto sul piano commerciale assumono un valore crescente mentre le relazioni attraverso lo Stretto di Formosa sono portate avanti facendo ricorso ad agenzie specializzate, come ad esempio il Consiglio per gli Affari Continentali della Repubblica di Cina (Mainland Affairs Council – MAC).

Questo Consiglio, presieduto da un apposito ministro, è un’agenzia amministrativa dipendente direttamente dal Governo ed è responsabile per la pianificazione, lo sviluppo e l’attuazione delle politiche tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese. Come sua controparte, la RPC dispone dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan, responsabile per la fissazione e l’attuazione delle linee guida e delle politiche relative a Taiwan.

A partire dal 2008 il presidente Ma Ying-jeou ha promosso una politica di riavvicinamento con la RPC che ha portato alla firma di una serie di accordi commerciali e all’apertura di collegamenti arerei e navali diretti tra le due sponde dello Stretto di Formosa, con centinaia di voli settimanali, riattivando anche il servizio postale e ponendo fine a un embargo reciproco durato sessanta anni.

In particolare un accordo del 29 giugno 2010, conosciuto come ECFA (Economic Cooperation Framework Agreement), che riguarda in particolare il settore dei servizi – circa il 70 % del PIL di Taiwan – ha creato un’area di commercio preferenziale tra l’isola e il continente, che offre a Taipei benefici sul mercato cinese. Negli ultimi anni la RPC ha costantemente ampliato la sua industria dei servizi, avviando un processo di cui a Taipei spera di poter beneficiare grazie alla riduzione dei limiti di proprietà e alla rapida approvazione dei necessari passaggi amministrativi, avvantaggiandosi soprattutto nei confronti della competizione giapponese e coreana.

Gli accordi firmati a partire dal 2010 hanno dunque portato a un significativo miglioramento dei rapporti commerciali, con un incremento negli scambi, così come nella circolazione di turisti e negli investimenti. In totale sono al momento 21 gli accordi economici sottoscritti tra le due parti e non stupisce dunque che oggi Pechino sia il primo partner commerciale di Taipei, con oltre ottantamila compagnie taiwanesi che operano sul continente e con investimenti che superano i 100 miliardi di dollari.

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I motivi che spingono Pechino ad avvicinarsi – anche politicamente – a Taipei sono tre.

Consolidando i rapporti con Formosa, la Prc vuole privare gli Usa di una pedina importante nell’ambito del Pivot to Asia: la finora cigolante strategia americana di contenimento dell’ascesa economica e militare dell’Impero del Centro.

Allo stesso tempo, dialogando pacificamente con Taiwan, Pechino vuole tranquillizzare i paesi dell’Estremo Oriente, preoccupati per la crescente aggressività cinese nel Mar Cinese Orientale e Meridionale.

Infine, la leadership mandarina spera ancora di ricondurre “la regione ribelle” sotto la propria sovranità.

L’economia di Taiwan dipende in larga parte dai rapporti con la Cina. Ad ogni modo, Taipei non ha intenzione di tornare sotto la sovranità di Pechino: significherebbe rinunciare al proprio sistema democratico e alla propria indipendenza de facto. In tale ottica, l’alleanza con gli Usa resta fondamentale.

Gli Usa non riconoscono ufficialmente la Repubblica di Cina. Questa è la conditio sine qua non per dialogare con Pechino, per cui esiste solo una Cina, la Prc, di cui Taiwan fa parte. Ad ogni modo Washington e Taipei intrattengono relazioni diplomatiche di fatto, tramite l’American Institute of Taiwan. In base al Taiwan relations Act, gli Usa forniscono a Formosa armi per scopi difensivi. Inoltre, la legge lascia intendere che Washington potrebbe intervenire a protezione di Taipei, qualora Pechino cercasse di riprenderla con l’uso della forza.

La Repubblica Popolare rappresenta ora il primo mercato per le esportazioni taiwanesi (27% del totale) e il volume del commercio bilaterale è passato da 30,5 miliardi di dollari (2000) a ben 174,5 miliardi (2014).

Fino a pochi anni fa, i rapporti economici tra la Cina e Taiwan sono stati quasi simbiotici: Taiwan con l’enorme concentrazione di compagnie operanti nel settore IT aveva un grosso bisogno della manodopera a basso costo della Cina mentre Pechino necessitava il know-how tecnico di Taiwan.

Con il passare del tempo però questa complementarietà ha ceduto il passo alla concorrenza.

L’eccessiva dipendenza economica dalla Cina rappresenta infatti uno dei punti di debolezza di Taiwan che si ritrova oggi a far i conti con un trend di crescita economica nel biennio 2015-2016 inferiore rispetto al recente passato, proprio a causa del generale rallentamento dell’economia cinese, dal momento che i consumi interni sebbene godano di un buono stato di salute, non sono sufficienti a mantenere il Paese su livelli di crescita sostenuti.

In questo contesto potrebbero schiudersi interessanti opportunità anche per le imprese italiane ad un mercato che presenta buoni dati generali, un basso indice di rischio ed una politica accogliente nei confronti degli investitori stranieri, potendo contare inoltre su infrastrutture adeguate e una burocrazia efficiente.

Tra i settori che potrebbero offrire interessanti opportunità alle nostre PMI certamente bisogna segnalare l’IT, il biotech ed il farmaceutico.

Oggi le nostre esportazioni si concentrano su prodotti chimici, meccanica strumentale e moda e gli investimenti a Taiwan restano ancora poco consistenti e comunque inferiori a quelli effettuati da molti nostri competitor.