La Milano Distopica del 2028

2028

Aggiusto la valvola a pressione atmosferica delle mie Nike Air Zemeckis e comincio a calpestare deciso il marciapiede. Mi muovo veloce. L’asfalto floscio e molliccio rischia di inghiottirmi come sabbia mobile.

Un agosto così torrido non lo ricorda nessuno, nemmeno i cinesi, loro che vivono qui da tempo immemore.

Supero la piazza Insubria, cuore marcio e decomposto del quartiere Calvairate. Entro in via Emilio Faà di Bruno, dove costeggio le altissime barriere di compensato che i fottuti latinos hanno innalzato per difendere i loro palazzi in decomposizione. La musica sintetica che proviene dall’interno rimbalza contro il legno deformandolo: un rap neomelodico indigeribile.

Passo davanti al cancello. I due peruviani di guardia con più cicatrici che tatuaggi giocherellano grattandosi il mento con la punta del machete. Sputo a terra. Non ho saliva. Un unico filo di bava mi rimane attaccato alla bocca. Alzo l’angolo degli occhi, per vedere se osano ridere. Per fortuna le due mummie latine non cambiano espressione.

Proseguo attraverso piazzale Cuoco per il Parco Alessandrini: il nuovo centro commerciale dell’Anello Quattro di Milano Capitale, il quarantaseiesimo costruito negli ultimi dieci anni. Di verde è rimasto solo il nome: parco. Il resto è un’unica immensa colata di cemento.

Quando le porte blindate del Centro commerciale Parco Alessandrini aprono i battenti, inalo un elettrolito di aria condizionata. Almeno respiro. Dieci minuti per le strade di Milano a ingurgitare quell’aria fetida e densa ucciderebbero un toro. Ad agosto ne bastano cinque per morire.

Fedez mi aspetta al tavolino di MuGames – multinazionale angolana di caffè e giochi di ruolo in realtà virtuale che ha ottenuto dal governo l’esclusiva per ogni punto ristorazione nei centri commerciali del Quarto Anello. Con un gesto della mano allontana le cameriere cinesi, le tette di plastica pronte a esplodere sotto quegli striminziti completini stile American Graffiti, e mi fa segno di avvicinarmi. «A posto», mormora laconico.

Accostiamo i Wanda Watch. Trenta lire passano sul suo conto corrente in Lussemburgo, un falso pass per il Centro s’illumina sul mio orologio; mi servirà per attraversare City Life e arrivare allo stadio “Silvio Berlusconi” di San Siro.

Oggi sarà una giornata decisiva.

Sono la prima linea della Brigata “Fedele Confalonieri” di Calvairate. Insieme ai ragazzi di Affori e della Barona lavoriamo fuori dallo stadio “Silvio Berlusconi” di San Siro. Ogni maledetta domenica partecipiamo agli scontri contro gli sbirri, o contro le tifoserie avversarie se i Treni Ultras non vengono deragliati o non sono fatti esplodere con la dinamite lungo il tragitto, o contro la Fossa “Arrigo Sacchi” di Sant’Ambrogio e Santa Maria delle Grazie, rossoneri anche loro ma fottuta élite del Centro.

Ci pagano cinquecento lire a giornata. Più di quanto il vecchio guadagna in un mese con le Ronde Nazionali Anti-invasione promosse dal Comune di Milano Capitale.

La domenica lavoro allo stadio. Dal lunedì al venerdì mi alleno in palestra e do una mano con le ronde. Si va a caccia di negri, zingari, slavi e musulmani. Una volta i milanesi ammazzavano il sabato, oggi il sabato riposano.

Mi chiamo Castorp, ho diciassette anni. E sono leggenda.

L’anno scorso sono andato in prima pagina sulla «Gazzetta dello Sport». La mia foto era più grande di quella del vecchio bomber Andrea Petagna, che pure ha segnato sei gol al Sassuolo. Ci credo! Ho fatto secchi quattro sbirri, due tifosi avversari e cavato un occhio a un coglione della Vecchia Guardia Squinzi. È stata una giornata meravigliosa, ma oggi sarà anche meglio. Oggi facciamo il botto, in tutti i sensi.

Esco dal centro commerciale Parco Alessandrini. Attraverso a ritroso il quartiere e arrivo al checkpoint di Viale Umbria: frontiera tra il Quarto e il Terzo Anello.

Nel tragitto ho perso cinque chili. Le braccia mi si stanno coprendo di pustole. Il fottuto caldo mi sta disidratando, lo smog uccidendo.

Per fortuna alla barriera c’è Ivan. Un collega del vecchio, quando facevano le pulizie alla pizzeria dai cinesi.

«Passa da Piazzale Libia», mi fa. «Hanno messo un nuovo megaschermo».

Per il resto, però, il Terzo Anello fa schifo: l’aria è putrida, anche se leggermente migliore del Quarto per la vicinanza ai depuratori del Secondo. E in giro vedi solo sale Bingo, sale Scommesse e bordelli, i divertimenti proibiti per il Secondo. E maxischermi, l’unico divertimento concesso agli abitanti Terzo.

«Il nuovo sistema surround collegato al proiettore 3D fa sembrare che sei in mezzo agli scontri», continua Ivan, masticando tabacco. «C’è un canale audio dedicato a petardi e bombe carta, e il tintinnio delle lame si sente alla perfezione», prosegue. «Ne risente un po’ la partita, ma tanto chi la guarda più. L’unica cosa che interessa sono i tafferugli». Poi mi squadra, e chiede: «A proposito, cazzo fai qui? Oggi non lavori? Perché non hai preso la circolare del Quarto Anello per andare allo stadio?»

«Oggi è diverso, Ivan. Oggi è la prima giornata di campionato contro la Roma e facciamo qualcosa d’indimenticabile. Vedrai che del Commando Giallorosso Tor Di Valle non ne resterà in piedi nemmeno uno. Per questo devo andare in Centro».

«E con il pass per il Centro come fai? Tu non hai diritto ai voucher d’ingresso. Sei schedato come Ultras, non ti faranno mai entrare».

«Ci ha pensato Fedez, quello del Parco Alessandrini».

«Allora è una cosa seria. Buona fortuna Castorp!».

Mi incammino lungo viale Lazio, supero il megaschermo di piazzale Libia già affollato di gente assetata di sangue e violenza con la scusa del calcio, e mi avvicino al checkpoint di viale Montenero, vicino alle vecchie mura romane della città. Lì, dove c’è il Tunnel.

Il Secondo Anello è uno strano miscuglio di zona dormitorio per élite creative e di avveniristici edifici, sedi delle grandi aziende tecnologiche, della logistica e della comunicazione –  cioè di Uber Bank e Faceebok Media, le uniche due multinazionali rimaste in Italia.

La zona di confine tra Secondo e Terzo Anello pullula di locali di tendenza e ristoranti in stile art déco. Mia sorella ci ha lavorato a lungo, prima di sposare un banchiere di Abu Dhabi che lavorava al Centro e trasferirsi con lui a Francoforte. Dopo la quarantena e la cittadinanza tedesca, non l’ho mai più vista né sentita. Non può nemmeno telefonare in Italia. Se no, la mettono in Lista Clandestini. E al primo reato, anche un eccesso di velocità, la espellono dalla Germania e la rimandano in questa putrida fogna.

Il Tunnel di viale Montenero è stato scavato apposta per far uscire gli adolescenti annoiati del Secondo Anello, quelli che vogliono provare l’ebrezza dei divertimenti proibiti del Terzo. Sale Bingo, sale Scommesse e bordelli.

È bastato raccogliere uno di questi ragazzi che si erano persi, una notte, riportarlo indietro, e scoprire anche noi l’accesso al Tunnel.

E adesso sono dentro il Secondo Anello. Finalmente respiro aria pura. Percepisco l’odore dei platani, assaggio il sapore dell’estate.

Le auto Tesla senza guidatore a energia solare non inquinano, chissà perché sono proibite al Terzo e Quarto Anello. Boh.

Camminando lungo via San Barnaba passo sul retro del Centro Commerciale “Falcone e Borsellino”. Una volta lì c’era il Tribunale, mi ha raccontato il vecchio. Ma da quando il Partito della Giustizia e dell’Onestà (PdGO) è al potere, sono state chiuse tutte le aule giudiziarie. Non servono più.

È vero che con il ritorno alla Lira c’è stata un’inflazione del 50% e la conseguente svalutazione. Ma i valori degli immobili in Centro e nel Secondo Anello sono quadruplicati, permettendo a Milano Capitale di crescere e sostenere economicamente anche gli Italiani meno fortunati del Terzo e del Quarto Anello. Per questo al Terzo e Quarto votiamo tutti il PdGO. Anche quelli del Centro Sociale Sovranità Rossa dell’ex-Ortomercato.

Mica come quelle élite del Centro che votano il Partito della Bontà. Facile essere buoni con il culo al caldo, dice sempre il mio vecchio: un vero proletario, un vero patriota.

Nella sezione del PdGO di Via Ennio ci tengono molto che impariamo queste cose. Anche per diventare Ultras, o per partecipare alle Ronde Nazionali Anti Invasione, devi superare degli esami di Economia politica. È questo che distingue noi Italiani dagli animali che ci infestano. Che ci rende migliore di loro. E degni di massacrarli di botte.

Controllo sul Wanda Watch quanto manca all’appuntamento con Leo, un ex-mercenario ceceno arrivato prima della chiusura delle frontiere e riciclatosi lavapiatti al Bar Britannia. Quando alzo gli occhi, improvvisamente, la vedo. Bellissima.

Rimango paralizzato. Le braccia rigide lungo i fianchi, le gambe avvitate all’asfalto. Non riesco a muovere un muscolo. Solo gli occhi seguono ogni suo movimento. I riccioli neri che dondolano sulle spalle, le pieghe della gonnellina al ginocchio mosse dal vento. L’oscillare delle mani che giocano con l’aria.

Mi guarda. Io rimango immobile, incapace di ogni reazione. Vedo le sue labbra muoversi, ma non sento quello che dice. Rimango immobile. Sorride. Rimango immobile. Passa avanti e si allontana. Rimango immobile. Dentro di me cresce potente un odio che non avevo mai provato prima.

Sara, l’ho conosciuta sei anni fa. Alle elementari avevo vinto un concorso di poesia e la possibilità di fare i tre anni di scuola media al Secondo Anello. Ne ho fatti solo due.

Sara è stata la mia fidanzata per due anni, mentre frequentavamo la scuola. Viveva al Secondo Anello, prima di trasferirsi al Quinto: le nuove periferie per ricchi oltre la Tangenziale, le gated communities, i quartieri autosufficienti murati e sorvegliati 24/7. Sara è stata la mia fidanzata per due anni, fino a quando ho dovuto abbandonare la scuola. E non l’ho più rivista. Sara è stata il mio primo amore. Ho cominciato a odiare allora.

Sono al checkpoint Guastalla. È il momento decisivo.

O entro in Centro, o sono morto.

Guastalla era un parco pubblico, lo ricordo anch’io. Ci venivo a giocare a calcio quando andavo alla scuola media. Ora è l’edificio più alto del paese. Un ospedale di prima categoria, lo ricordo anch’io. Quando mi sono rotto una gamba, non mi hanno fatto nemmeno avvicinare, non avevo l’assicurazione privata. Per farmi curare mi portarono di corsa al Quarto Anello i genitori di Sara, era la settimana prima che lasciassi la scuola.

Allento la pressione nelle Nike Air Zemeckis, passo una mano sui capelli biondi. Mi avvicino al checkpoint.

Non sudo. Non tremo.

 

 

In corso di Porta Romana mi avvicino a dove una volta sorgeva la Torre Velasca. Nel sole di agosto luccica il Brillante Verticale: il grattacielo disegnato da Norman Foster e finanziato dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita, sede del Parlamento, del Governo e del Dipartimento Politiche Energetiche. Gli ascensori trasparenti a ioni di litio salgono e scendono avvolgendolo a spirale. I giardini pensili intarsiati, visibili fino al Quarto Anello, da cui parla alla Nazione il Presidente del Partito dell’Onestà e della Giustizia.

L’aria pura trasportata dall’Engadina al Centro è fin troppo densa per me. Fatico a respirare. Proseguo su viale Elon Musk: la prima strada pedonale semovente a energia solare, lunghi tapis roulant dove è vietato camminare e dove si ricaricano all’istante tutti gli apparecchi portatili, dal Wanda Watch al computer di ultima generazione iReal, è una lunga e stretta Striscia dello Shopping per i marchi dell’alta moda.

Al Quarto Anello la chiamano Striscia di Gaza, ma non so perché.

Arrivo ai piedi del Centro commerciale Castello Sforzesco e rimango abbagliato. Mai vista tanta ricchezza. Il presentatore Maurizio Crozza è il mattatore di un’asta in cui sono venduti Megaschermi 3D per uso personale, auto Tesla con assicurazione per omicidio stradale, servitù certificata italiana (anche se molte ragazze sembrano dell’Est, ma non ne sono sicuro) e villette superlusso del Quinto Anello (oramai in Centro non abita più nessuno, il costo al metro quadro è sostenibile solo per un’attività commerciale).

Mentre osservo rapito la disinvoltura maieutica di Maurizio Crozza, un gruppo di schifosi sceicchi arabi circondati dalle loro splendide mogli minorenni in bikini mi urta. Cominciano a insultarmi nel loro linguaggio scimmiesco.

L’ascensore a ventola del Centro commerciale Castello Sforzesco mi risucchia al terzo piano. Sono al Bar Britannia, uno dei tre ristoranti, sei stelle Michelin al mondo. Un odore sconosciuto mi penetra nelle narici. Credo sia pesce. Devo assolutamente sforzarmi di non starnutire.

Mentre cammino, sulle lastre di marmo rosa levigato osservo i riflessi di statue e cornici. Evito due camerieri dall’aria indagatrice e sono nella sala lavapiatti: il regno di Leo.

«Benvenuto al Bar Brexit» mi dice Leo aprendosi in quel sorriso che vorrebbe essere amichevole o potrebbe significare che ha appena strappato il cuore a un uomo vivo.

Mi porta nel retro. Mi mette in mano una busta di carta marrone.

«Questa è per te. Maneggiala con cura. Non fargli prendere troppo sole, faresti un bel salto».

«Come cazzo faccio a non esporla al sole?», chiedo.

I suoi occhi si abbassano sotto la mia cintura. Vorrei fare una battuta sui suoi orientamenti sessuali ma ricordo che l’ultima volta non è andata benissimo. Evito.

«Vuoi assaggiare il pesce?», mi chiede con aria maliziosa. Sembra leggermi nel pensiero.

«Non ho fame», rispondo veloce. Mi infilo la busta nei pantaloni e lo saluto con le tre dita aperte.

In Russia sono veri patrioti. La Russia è la nostra migliore alleata. Da loro abbiamo appreso che la Vera Lotta per la Sovranità Nazionale si fa contro gli immigrati, i froci e i pervertiti. Per questo l’omosessualità di Leo mi stupisce. Ma è meglio non farmi troppe domande.

Uscendo dal Bar Britannia e incamminandomi su corso Magenta mi rendo conto che ho poco da stare tranquillo. Ho addosso l’ultima mutazione del Semtex, esplosivo al plastico prodotto dalla VCHZ Synthesia nella Cecoslovacchia comunista.

Uscire dal Centro e passare dal Secondo al Terzo Anello è molto più facile che entrarci. Non c’è nemmeno coda. Mi ricorda quei film americani sulla frontiera con il Messico. Mi chiedo perché cazzo dobbiamo essere noi il Messico, però. Non siamo mica fottuti latinos, noi. Lavoriamo per la Patria, noi. Votiamo il Partito della Giustizia e dell’Onestà, noi. Mica come le élite del Centro e del Secondo Anello.

Qualcosa non mi torna. Ma oggi non è proprio il giorno per fare domande. Oggi è il giorno di Milan-Roma. È il giorno del giudizio.

L’esplosione è imminente.

Per arrivare a Casa Milan costeggio le mura di City Life, la prima gated community di Milano Capitale intitolata a Roberto Casaleggio e riservata solo a stranieri. Un’oasi di ricchezza e benessere all’interno del Terzo Anello, la descrivono. Ho letto su Facebook Media che dentro ci sarebbero negri che fanno lavorare come schiavi degli italiani. Non ci voglio credere, mi sembra un delirio complottista: nessun Vero Patriota potrebbe mai abbassarsi a lavorare per un negro.

Ma di City Life dalla strada si riescono a vedere solo le Altissime Torri. Quello che c’è dentro rimane un mistero.

In piazza Segesta incontro gli altri ragazzi della Brigata “Fedele Confalonieri” di Calvairate: loro hanno preso la Circolare del Quarto Anello per arrivare allo stadio.

Il Barone mi chiede se è tutto a posto. Sollevo la maglietta e mostro la busta di carta marrone con dentro il Semtex.

Intorno a me i ragazzi esplodono in un urlo di gioia. Mi abbracciano. Mi portano in trionfo. I miei fratelli, i miei concittadini di Milano Capitale, i patrioti di Italia Sovrana. È per momenti come questi che vivo.

Il piano è di fare detonare l’esplosivo alla Stazione di Fiera Milano City Capitale, quando arriva il Treno Ultras con i tifosi della Roma. Le telecamere di Facebook Media sono già state avvisate. Tutto è pronto, sarà uno spettacolo meraviglioso.

Al Centro commerciale Parco Alessandrini il mio amico Fedez mi ha raccontato che l’esplosione in realtà serve a un gruppo di speculatori per radere al suolo parte della gated community di Expo2015 e poterla ricostruire. L’importante è che siano Costruttori Italiani, con la licenza per edificare rilasciata dal Partito della Giustizia e dell’Onestà. Il resto non mi interessa. Io voglio solo andare in diretta su Facebook Media, essere visto da tutti gli amici sui maxischermi del Terzo Anello, guadagnarmi un’altra prima pagina sulla «Gazzetta dello Sport». Io voglio solo che il mio vecchio sia fiero di me.

Intorno a me le facce dei miei fratelli deformate dalle smorfie di dolore urlano, ma non sento nulla. Le loro agonie sono sovrastate dalle onde acustiche dei cannoni sonori. Mi trascino a fatica lungo lo spartitraffico, la stazione dovrebbe essere davanti a me ma sono completamente disorientato. Poi non riesco nemmeno a vedere più nulla, solo un immenso caleidoscopio colorato. Un raggio laser del Multirole Acoustic Stabilized System, arma sviluppata dalla Sitep Italia, deve avermi colpito gli occhi.

Quando per un secondo torna la calma mi accorgo che la stazione di Fiera Milano City Capitale è completamente vuota. A eccezione delle telecamere 3D delle televisioni di Facebook Media che stanno riprendendo la scena. Era un’imboscata. Ci hanno fottuti.

Non capisco come mai il Semtex non esploda.

Prendo la busta marrone e la apro. Dentro c’è un involucro di gomma piuma pieno di vecchi pass usati per il Centro. Quel frocio di merda di Leo mi ha fottuto. Quel lurido zingaro.

Improvvisamente mi sento una pedina in un gioco più grande di me. Patria, Nazione, Sovranità, diventano parole vuote per riempire di merda la testa di inconsapevoli concorrenti di un reality show. Mi rendo conto che dai maxi schermi di piazzale Libia alle televisioni del Centro e delle gated communities del Quinto Anello un enorme pubblico sta assistendo divertendosi alla mia morte in diretta. Anche i fottuti latinos dei palazzoni di piazza Insubria si staranno scompisciando guardandomi morire.

Vorrei girarmi e cominciare a correre per attaccare la polizia. E poi continuare, scavalcare i muri del Secondo Anello per assaltare il Comune di Milano Capitale. Correre sempre più forte per arrivare in Centro e fare esplodere il Governo del Partito della Giustizia e dell’Onestà. E poi non fermarmi più, per fottere definitivamente questa merda di Italia Sovrana e le stronzate che racconta ai suoi Proletari Combattenti. Ma è troppo tardi.

Mi sento fluttuare leggerissimo nell’aria. Il mio corpo a brandelli che perde pezzi lungo la salita. Non sento dolore. Non sento nulla. Intorno a me vedo solo un immenso caleidoscopio colorato. Sull’asfalto bollente vedo solo un paio di Nike Air Zemeckis.

Dappertutto, il volto di Sara che mi sorride. Ora non odio più.