MiTo, Intervista al Direttore Artistico del Festival di Milano e Torino

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Settembre a Milano è uno dei mesi più caldi dell’anno, non solo dal punto di vista meteorologico. La città infatti si incendia di eventi che coinvolgono la moda, il cibo e per ultima, ma non per importanza, la musica. Tra le iniziative più importanti c’è sicuramente MiTo, il festival internazionale che abbraccia Milano e Torino. Come per le edizioni passate, anche quest’anno i tratti distintivi del festival sono i concerti eseguiti nelle grandi sale e nei teatri di tradizione, ma anche in auditorium e chiese, oltre che in luoghi non convenzionali e più decentrati della città. Inoltre, con i prezzi ridotti e un gran numero di concerti gratuiti si cerca di raggiungere un pubblico sempre più eterogeneo e trasversale.
Quest’anno, però, ci saranno anche delle novità. Promotore di queste nuove iniziative è Nicola Campogrande, direttore artistico del festival da Novembre 2015. Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo e conoscerlo meglio, parlando con lui delle sue “origini” e delle sue idee per rendere MiTo un festival accessibile a tutti e al passo con la modernità.

 

Ci parli della sua formazione dal punto di vista musicale. Cosa l’ha portata ad essere “uno dei compositori più interessanti della giovane generazione italiana”, come riportato da Amazon.com?

“Ho studiato composizione presso i Conservatori di Torino e di Milano. Con bravi maestri. Ho dunque assimilato le tecniche delle vecchie avanguardie, oltre a quelle storiche. Dopo il diploma ho cominciato testardamente a scrivere musica in modo diverso rispetto a quanto facevano i miei colleghi. Inizialmente ho destato qualche sospetto, fino a che interpreti di talento (e di nome) non si sono interessati alle mie partiture, eseguendole in molti Paesi del mondo. Riesco così oggi a godere della soddisfazione di “fare il mestiere” come lo si è sempre fatto sino alle rotture estetiche del secondo dopoguerra: anziché dedicarmi ad ensemble specializzati ed essere eseguito all’interno di rassegne dedicate alla musica contemporanea, scrivo musica che viene proposta dagli stessi musicisti che si dedicano a Monteverdi o a Beethoven (da Lilya Zilberstein a Gauthier Capuçon, dall’Orchestre National d’Île-de-France al Fine Arts Quartet, da Roberto Abbado a John Axelrod) nelle stesse stagioni concertistiche dedicate alla musica classica di repertorio.”

Da novembre 2015 è direttore artistico di MiTo: come questa esperienza la sta arricchendo e come lei sta arricchendo il festival?

“I compositori hanno una naturale attitudine a mettere insieme (com-porre, appunto). E il cartellone di MITO è stato per me come una gigantesca super-partitura per la quale ho lavorato con interpreti e programmi, anziché con note e pause. Ma, davvero, fatta salva la mole e la complessità estrema del festival, l’approccio in termini di creatività è molto simile. Anche perché, da questa edizione, MiTo propone soltanto programmi originali, concepiti ad hoc. Dunque è evidente che bisogna inventare, inventare, inventare…”

Parliamo della serata inaugurale di MiTo: i brani di Debussy e Rachmaninov sono stati accompagnati da due grandi maxischermi posti ai lati del palcoscenico. Cosa veniva riprodotto su questi schermi?

“Ho ideato il meccanismo dei sopratitoli per concerti sinfonici una dozzina di anni fa, a Torino, realizzandoli per alcuni concerti dell’orchestra del Teatro Regio. Aveva avuto molto successo e dunque ho pensato di proporlo ora al vasto pubblico di MiTo. Consiste nella proiezione di una guida all’ascolto che, mentre l’esecuzione procede, segnala l’ingresso di temi, particolarità ritmiche, il ritorno di elementi nei quali ci si era già imbattuti o, magari, specifici impasti strumentali. Il risultato è uno squarcio su “come funziona” un brano che aiuta a capire la logica di una partitura e accompagna gli ascoltatori, passo dopo passo, lungo tutto il concerto.”

Secondo ‘il Corriere della Sera’, è stato lei a proporre le descrizioni sui maxischermi. Quale lo scopo di questa iniziativa ‘tecnologica’? 

“La nostra vita digitale ha sempre più bisogno di confini: a MiTo, ad esempio, ripetiamo prima di ogni concerto che non solo i telefoni vanno messi in modalità aereo, ma vanno dimenticati in tasca: l’accensione del display per scaricare la mail, dare un’occhiata a Facebook o anche solo per guardare l’ora, disturba, e molto, chi è entrato in una sala da concerto per ascoltare musica. Allo stesso tempo, però, un uso saggio della tecnologia può arricchire le nostre esperienze reali. Per quanto riguarda i sopratitoli, penso che ci si trovi davanti a un caso simile a quello delle audioguide in un museo: se ne può fare a meno, ma ci si perde molto. Sia chiaro: non penso ai sopratitoli per concerti sinfonici come a un paradigma. A MiTo, infatti, lo proponiamo solo per 5 concerti su 160. I sopratitoli sono una possibilità, un’esplorazione del nuovo. Credo che un festival abbia il dovere di concepire avventure, fare esperimenti e stimolare la curiosità.”

In un ipotetico futuro, vede la tecnologia come uno strumento utile per ampliare il pubblico della musica classica?

“Angelo Foletto, su la Repubblica, ha scritto che se i sopratitoli di MiTo porteranno anche un solo ascoltatore in più, la scommessa sarà vinta. Mi piace pensare che abbia ragione.”