Mogol: “La Notorietà Oggi Conta più dell’Essere Artista”

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Il premio studentesco letterario Dante d’Oro 2016 è stato conferito tra le mura dell’università italiana più conosciuta al mondo, la Bocconi, al paroliere italiano più famoso nel mondo; colui che ha firmato i testi delle canzoni che hanno fatto la storia della musica d’autore e, nonostante lo scorrere del tempo, restano sempre fedeli alla loro meraviglia. Giulio Rapetti all’anagrafe, classe 1936, milanese dalla nascita. Che la dimensione artistica ce l’avesse nel sangue si poteva immaginare, figlio del produttore musicale Mariano Rapetti a sua volta paroliere di successo negli anni ’50 con lo pseudonimo di Calibi.

Conosciuto dal grande pubblico e dai media mondiali con un soprannome semplice e ritmico, nel 2006 diventa a tutti gli effetti parte del suo cognome, autorizzato dal Ministro dell’Interno.

Per chi non l’avesse ancora capito; cinque lettere e una standing ovation che varca i confini dell’altro emisfero al suono di Mogol.

Tuttavia, come spesso accade nelle storie più belle la svolta avviene in sordina e segna l’inizio di un qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. Era il 1965 quando un ricciolo chitarrista de “I Campioni”, dal nome Lucio Battisti, incontra l’allora produttore Giulio che lo affianca nella stesura dei primi testi. La passione per le note unisce entrambi ma il resto è ancora tutto da scrivere. Il sodalizio tra i due, infatti, si fortifica soltanto agli albori degli anni ’70, quando Mogol intuisce che Battisti deve cantare da solo e, grazie a questa decisione, si apre uno dei periodi più significativi della musica d’autore nostrana.

Ma torniamo a noi. Milano. Lunedì 14 novembre. 4 gradi. Nubi sparse. Ore 17:30. Via Sarfatti.

A presiedere la suddetta conferenza, il presidente di Bocconi d’Inchiostro, Gerardo Masuccio, accompagnato da alcuni professori dello stesso ateneo. Tra voci e accenti variegati che affollano l’aula Notari presa d’assalto dai “bocconiani” che, felici di interrompere con divagazioni letterarie, bilanci e diritti internazionali, accolgono con affetto ed entusiasmo un grande uomo. Ottantenne dice l’anagrafe, ragazzino dicono i fatti. Ed è insieme ai giovani che dà il meglio di sé. Ride, racconta e le sue parole sono avvolte da un alone di sapienza e pathos, capace di emettere empatia e abbattere finanche i muri della diffidenza. Profondo e sensibile, si rivela preoccupato nei confronti del futuro della canzone italiana, quella che rispecchia la nostra tradizione. “Con l’avvento della digitalizzazione e di internet si punta essenzialmente sui numeri piuttosto che sulla qualità. Ci sono bravi parolieri che non riescono ad avere successo. La notorietà conta di più dell’essere artista perché l’unica cosa importante, oggi, è l’audience”.

Sulla scia di suggestive espressioni, cariche di saggezza ed esperienza, risponde a qualche nostra domanda anche se, in alcuni casi, l’emozione non ha voce.

Quali sono le canzoni che maggiormente hanno rappresentato un momento importante o di svolta della sua carriera?

Ho scritto più di centotrenta canzoni, è difficile non ricollegarle ad ogni momento della mia vita perché ognuna di essa ha significato qualcosa. Sicuramente testi come “Il mio canto libero”, “Pensieri e parole”, “I giardini di marzo” sono quelli che mi hanno conferito delle soddisfazioni enormi.

Esiste un testo che oggi non condivide o che modificherebbe?

Sì, un verso della canzone Emozioni: “guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire”, non avrei potuto immaginare che sarebbe stato criticato o preso come esempio di incitamento ai fervori giovanili degli anni ’70.

Nel 2016 esistono ancora bravi parolieri?

Certo che ne esistono, il problema è che non hanno spazio in Italia dove tutto si basa sull’immediato e per le radio passano essenzialmente musiche commerciali. 

Il ricordo più felice legato alla sua carriera?

Devo dire che le due trasmissioni televisive dedicatemi mi hanno inorgoglito ed emozionato. L’ultima in onda su Rai1 con Giletti e con tutti i grandi della musica italiana che hanno interpretato le mie canzoni.

 

Grazia Di Maggio

Classe 1994, studia Linguaggi dei Media - profilo Informazione - presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Originaria di un piccolo paese della Basilicata, conseguita la maturità classica ha preparato le valigie per inseguire il suo più grande sogno: il giornalismo. Ha uno spirito poliedrico e diverse passioni tra cui la scrittura, l'arte, la musica e il suo carlino Oliver. Cacciatrice di notizie oggi ha il piacere di scrivere nella sezione Universities & Education presso Smartweek.it

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