Il Mondo nel Caos: il Punto di Marcello Foa

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Considerando il momento particolarmente “caldo” a livello internazionale, a seguito dell’elezione del nuovo presidente americano, abbiamo pensato per questa uscita di SmartAnalytica di spostarci dalle consuete analisi per confrontarci, a voce, con una grande penna del giornalismo internazionale, dando così delle spiegazioni più esaustive e coinvolgenti per i lettori. Abbiamo dunque incontrato Marcello Foa, già caporedattore esteri de “Il Giornale” e attualmente direttore del “Corriere del Ticino”, per avere delle delucidazioni su diverse questioni all’ordine del giorno.

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Partiamo da quello che è considerato lo specchio del mondo e quindi gli Stati Uniti: in seguito alle recenti nomination da parte del Presidente Trump per la sua futura squadra, ritiene che la politica della nuova amministrazione possa realmente mantenere una linea isolazionista nei confronti del resto del mondo?

“Premetto che è ancora troppo presto per dire che presidente sarà Trump. Punto fondamentale, sicuramente dai tempi di Reagan o addirittura di Trump, le logiche alla base della democrazia americana sono cambiate. Quando Obama fu eletto 8 anni fa, dissi che non era simbolo di un cambiamento vista la squadra: il messaggio che lui mimicamente lanciava era “non rompo con l’establishment, io ne sono membro”.
Finite le elezioni non cambiava la sostanza delle cose. Ci sono luoghi d’incontro di cui i media non parlano mai, i luoghi d’incontro dove nascono le élite americane, Obama non era sinonimo di cambiamento: il messaggio che lanciava con la sua squadra non era un segno di rottura con l’establishment.
L’impatto geopolitico delle nomine di Trump è tutto ancora da valutare, ma lui ha detto delle cose significative in campagna elettorale. Trovo sbagliato parlare di neo isolazionismo. È invece realistico parlare di Trump che su certi punti cardinali va a rompere con la narrativa ufficiale. In particolare con lotta all’Isis: l’America ha fatto finta di combattere l’Isis e oltretutto è fondato che l’ha sostenuta inizialmente assieme ai suoi alleati Arabia Saudita, Qatar e le altre monarchie del Golfo. Un altro punto fondamentale è la Russia di Putin. Se avesse vinto Hillary, il rischio di conflitto nucleare sarebbe stato altissimo, è evidente. Se Trump riuscisse già a realizzare questi scopi, sarebbe rivoluzionario. Lui non è per una globalizzazione sfrenata che sottragga potere ai singoli stati. È dunque sintomatico che il primo incontro sia stato con Farage”.

 

Fino a che punto un uomo che ha il vantaggio di essere un businessman, quindi si intende di “deal”, ha la forza politica?

“Quando uno arriva alla Casa Bianca non è come dirigere una holding. Grande incognita su Trump politico che dovrà, in ogni caso, impratichirsi con la macchina governativa.

 

Che forza politica ha Trump per rompere con queste pressioni per portare a compimento la sua agenda? “Non è neo isolazionista, semplicemente non condivide il globalismo sfrenato che vuole portare alla creazione di sovrastrutture sugli stati nazionali.

Per quanto riguarda la politica protezionista, nutro dei forti dubbi sulle barriere tariffarie con la Cina. Da questo punto di vista ci perderebbe il paese. Trump ha buon senso, quindi, fatti salvi i due punti principali (isis, Russia), sono convinto che sul resto sarà molto cauto.
C’è una questione fondamentale: che tipo d’influenza avranno i suoi consiglieri? Resta ancora tutto da capire. Ad ogni modo, penso che non ci sarà spazio per personaggi puramente mediatici come Sarah Palin”.

 

In campagna elettorale si è parlato tanto di superamento della Nato, considerata ormai un’organizzazione anacronistica senza più ragione reale di esistere. Andando in questa direzione, ritiene corretto che l’Europa dovrebbe responsabilizzarsi in termini di difesa?

“Un presidente che dice queste cose in campagna elettorale è già di per se rivoluzionario. Che poi questo comporti un disimpegno Usa dalla NATO, aspetto a crederlo. La vera incognita per l’Europa è che dopo Brexit e Trump, sono stati privati dei loro referenti naturali. Dopo la Brexit erano storditi, dopo l’elezione di Trump, invece, si sono allarmati (la reazione isterica di Juncker ne è un buon esempio) perché non hanno più qualcuno che gli dia una linea. L’endorsment di Obama per la quarta candidatura della Merkel ne è la conferma.

Tornando al discorso sul ruolo più o meno superato della Nato, obiettivamente l’Europa non ha i mezzi per camminare da sola in materia di difesa. Non penso che l’Europa potrebbe spostarsi in una sfera più filo russa qualora ci fosse un certo “tirarsi indietro” degli Usa dalle questioni europee. Da una parte gli europei vogliono solo avere buoni rapporti con la Russia, dall’alta la Russia ci tiene unicamente a mantenere la sua influenza nelle vecchie aree sovietiche, quindi la minaccia dell’avanzata egemonica russa sul continente è inesistente. Questo”spauracchio” è stato generato dagli Usa che sono, appunto, i responsabili della rottura con la Russia di Putin. Quest’ultimo ha reagito di conseguenza ma non è nel suo interesse espandere la propria egemonia o dominare. Dal canto mio, vedo la possibilità di un buon rapporto di vicinato tra UE e Russia senza scombussolamenti di equilibri. Sarebbe più logico se Trump portasse la NATO a fare quello per cui è’ nata non a fare guerre senza senso in Afghanistan ma tornare a fare progetti di mutua difesa”.

 

Per quanto riguarda lo scenario mediorientale, che chiavi di lettura vede per questa area? Si giungerà mai a un ridimensionamento dei confini mediorientali in chiave westfaliana?

“Il vero problema nasce dai rapporti tra i rapporti, a dir poco scandalosi, che intercorrono tra Usa e Arabia Saudita. Dovrebbe essere un alleato da rovesciare come tutti gli altri se ci fosse coerenza da parte americana.
La politica medio orientale è di difficile lettura in assoluto, io vedo 3 possibili spiegazioni:
Una geopolitica legata al petrolio. Con lo Shale oil, gli USA in teoria diventano autosufficienti e possono addirittura vendere petrolio all’estero. Il fatto di far cadere il Medio Oriente in un caos sistematico è una spiegazione per rendere più complicato l’approvvigionamento ai concorrenti come la Cina. Il controllo delle risorse petrolifere è correlato al controllo militare che la Cina, attualmente, non può permettersi.

Interpretazione fatta da Kennedy: tutto questo serve alla lobby del pentagono. In un processo di arteriosclerosi l’azione dell’elite americana è totalmente presa dalla voglia di dominare il mondo e sta facendo tanti soldi. Il fatto che ci siano dei continui focolai di tensione in cui devono intervenire loro, è un pretesto per rifornirsi e continuare a fare lavorare le industrie delle armi ecc.. questo spiega il rovesciamento negli ultimi anni di regimi considerati “amici”: dall’Iraq di Saddam all’ Egitto di Mubarak fino alla Libia di Gheddafi. Da amici a nemici.

La terza, che necessariamente esclude le altre due, è che un processo di globalizzazione presuppone il caos. L’Europa è sommersa da profughi, povertà, spostamenti enormi di popolazioni. È forte la necessità di un governo mondiale. È’ una tesi che circola ed è plausibile. Servirebbe la logica del potere forte.

Per quanto riguarda la pace westafaliana è impossibile prevedere se ci sarà un nuovo Medio Oriente con dei nuovi confini, se ci saranno dei nuovi stati nazione, un Kurdistan o altro. Il discorso è troppo complesso. Quello che posso dire è l’America ha sempre avuto la necessità di crearsi delle zone di stabilità fino al 1989, poi, entrando nel nuovo corso di unipolarismo, questa America è sparita lasciando spazio ad un’élite che ragiona con delirio di onnipotenza. Il punto è che si può arrivare a una pace di Westfalia per il Medio Oriente, a cui io personalmente non do adito, solo se chi ha il potere di influire sul destino di questi popoli ha anche la capacità di promuovere stabilità e una vera crescita in armonia con la cultura civica di questi paesi. Non deve più esserci l’alibi dell’esportazione della democrazia in quei paesi. Questa non può essere imposta, ne abbiamo già avuto le dimostrazioni e ne stiamo ancora pagando le conseguenze”.

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Lei ritiene che al giorno d’oggi si possa parlare di scontro di civiltà come sostenuto anni fa da certi osservatori internazionali?

“Scontro di civiltà. Preferisco parlare di scontro indotto di civiltà, non spontaneo. È’ indotto perché è strumentale. Possono esserci amicizie e inimicizie storiche ma se non ci sono élite che condizionano le masse e che fomentano l’odio, l’antipatia non sfocia in conflitto. La prova è la Jugoslavia: finché c’era Tito, tutti hanno convissuto pacificamente. Poi si è alimentato il fuoco dei nazionalismi ed è scoppiato il caos con delle forti strumentalizzazioni.
Quindi parlare di scontro di civiltà come lo intendevano Huntington (fu lui a parlarne per primo nel 1989) o Oriana Fallaci non è corretto. È vero che l’Islam, per certi versi, è incompatibile coi nostri valori ma estremizzare e criminalizzare l’intero Islam senza prendere in considerazione le complessità al suo interno, come ha fatto la Fallaci, non è corretto.

In fondo, chi alimenta l’Islam fondamentalista? Chi ha l’interesse di farlo, molto semplicemente. Guardiamo quello che succede nei paesi europei: si può dire che c’è una sorta di “Islam fai da te” che nasce come reazione al non essere integrati nella cultura europea. Se tu permetti a questa comunità di concentrarsi in certe zone e di sentirsi padrona, questa si radicalizza e detta la legge”.

 

Una sua considerazione sul golpe in Turchia che ha scosso gli scenari internazionali dell’ultima estate?

“Ammetto di non avere ancora un’idea reale su cosa ci fosse dietro al golpe in Turchia. So con certezza, però, che Erdogan sta mostrando il suo vero volto a dispetto di quello che era stato descritto per anni come un moderato e come un ponte tra occidente e Medio Oriente. Resta il discorso che l’America ha bisogno della Turchia perché è strategica”.

 

Guardando allo scenario economico per il 2017 e al rilancio di una narrativa protezionista e inflazionista da parte del presidente eletto Trump, pensa che riuscirà redistribuire la ricchezza all’interno degli Stati Uniti verso la classe media?

“Quello che è stato dichiarato fino ad ora non delinea una politica necessariamente implementabile, ma dato i contenuti ed i toni è già rivoluzionaria. Tutto dipenderà dalla lucidità e il coraggio della Casa Bianca di reagire ad una realtà che sta cambiando la concezione di lavoro. “Amazon & Co” spostano ricchezze e persone dalle loro sedi radicate nel territorio, e questi argomenti sono difficilmente affrontati dalla sfera politica; molti burocrati fanno gli interessi delle grandi corporation ed è anche per questo che Trump ha stabilito che i suoi ufficiali non potranno fare i lobbisti per almeno 5 anni dalla fine del loro mandato. Segnali che danno credibilità, ma parlare di slancio fiscale a fronte di una preesistente montagna di debito nelle casse federali è perlomeno ambizioso. Non si risolve la velocità di crociera dell’economia senza risolvere il problema del debito, nonostante fino ad ora l’immigrazione globalista abbia colmato il gap demografico”.