Operazione Poste Italiane

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La recente operazione dell’ormai ex-governo per privatizzare Poste Italiane ha incassato molte critiche da diversi economisti; vediamo di capire il perché.

Il primo punto incriminato è proprio il verbo privatizzare: “privatizzare” significa vendere delle quote di una società detenuta per la maggioranza direttamente o indirettamente dallo Stato a investitori privati, cedendone il controllo. Ecco spiegato perché, nel caso di poste italiane, non si possa parlare di vera e propria privatizzazione: la percentuale ceduta non eguaglia il 51%, ma si attesta al 40%, facendo sì che il controllo rimanga saldamente nelle mani dello Stato.

Questa imprecisa definizione non è ciò che ha destato i sospetti maggiori; come ha fatto notare Francesco Giavazzi, Poste Italiane è lungi dal seguire le normali logiche di mercato: la società non è trasparente, così come non lo sono obiettivi e le strategie. Non è solamente “una posta”; si occupa infatti di tre business diversi: assicurazione vita, raccolta bancaria e recapito. L’unico business che si adatta al concetto tradizionale di posta è l’ultimo. Assicurazione vita e raccolta bancaria sono state introdotte per sopperire al declino del settore del recapito, in perdita da anni, sfruttando la capillare rete di sportelli delle poste (molto più vasta di quelle che l’Antitrust permette alle normali banche). La presenza della commistione di business diversi fa sì che gli investitori non possano soppesare con precisione l’utilizzo delle risorse e l’efficienza dell’organizzazione e nemmeno potranno decidere di licenziare il management se ritenuto incapace, dato che il controllo rimarrà in mano statale. L’azienda, di conseguenza, verrà valutata ad un prezzo inferiore di quello che se ne trarrebbe mettendo sul mercato in modo separato le diverse entità, con conseguente mancata massimizzazione del valore.

Un altro punto debole è il fatto di mettere sul mercato una società sussidiata, senza prima passare per una preventiva liberalizzazione del settore. Come ha notato Ugo Arrigo i futuri investitori dovranno domandarsi in quale parte la redditività della società sia dovuta effettivamente alla capacità di stare sul mercato e quale ai sussidi statali. Per usare le stesse parole del professore della Bicocca: “La redditività delle Poste si basa su tre pilastri fondamentali, nessuno dei quali è di mercato: compensi pubblici per la raccolta del risparmio, compensazioni pubbliche per il servizio universale e il fatto di svolgere servizi bancari utilizzando personale che gode di un contratto molto meno favorevole di quello dei bancari.” Mettendo sul mercato Poste Italiane nel suo stato attuale si farà pagare agli investitori una redditività che è supportata da benefici che derivano dallo Stato, benefici che risulterà più difficile eliminare proprio in virtù di questo trasferimento.

Un passaggio importante prima di “Privatizzare” la società, dovrebbe essere quello di “Liberalizzare” il settore, cioè aprirlo alla concorrenza in maniera effettiva. Nel caso specifico, servirebbe un taglio dei sussidi diretti e indiretti a Poste Italiane, la rimozione di tutti i vantaggi competitivi e le asimmetrie determinate da una legislazione benevola alla società ed una revisione del perimetro del servizio universale; cosa che con tutta probabilità si sarebbe fatta più agevolmente prima dell’operazione annunciata dal governo Letta.

Photo credit: Wikimedia Commons / Mattes