Intervista a Paolo Fratter, Volto Simbolo di Sky Tg24: “Io Giornalista per Scelta”

Da Trevigiano a Sky TG24. Giornalista per scelta o per vocazione?

Chi si professa giornalista per vocazione, risulta quasi sempre eccessivamente enfatico e un po’ ruffiano. O almeno questa è sempre stata la mia sensazione. Tra le due, barro sicuramente la prima casella, dunque. Quando ho cominciato a pensare a quale potesse essere la mia collocazione nel mondo e a cullare l’idea di fare questo lavoro, non avevo un quadro davvero chiaro della situazione, ma cominciavo a subire molto il fascino di alcune figure che, giornalisticamente, hanno segnato in maniera più o meno profonda  i primi anni ‘90, caratterizzati da eventi storici che hanno sconvolto prima gli equilibri mondiali, poi quelli di casa nostra. Innanzitutto la prima guerra del golfo: a casa dei miei, a Treviso, si è sempre guardato il Tg1 e, in quei giorni, i servizi da Baghdad, ti portavano quel conflitto, il primo così televisivo e mediatico, in sala da pranzo. Guardavo Fabrizio del Noce in tv con l’ammirazione che ispirano i testimoni privilegiati della storia. Poi, tangentopoli: leggendo gli articoli di Piero Colaprico e Giorgio Bocca, avevi davvero la sensazione che, anche grazie a un certo tipo di stampa, quel sistema marcio di corruzione e clientelismo potesse essere scardinato. Non è andata così,  purtroppo, e la cronaca quotidiana ne è una dimostrazione. Ma quella tentata rivoluzione, per come fu raccontata dai giornali, ebbe su di me una grande influenza.

I più scettici e forse invidiosi affermano che i giornalisti italiani siano delle pedine nelle mani dei direttori a loro volta controllati dagli editori cosiddetti impuri. Come difendi la tua categoria?

Non credo si tratti di invidia e comprendo perfettamente, invece, il più che giustificato scetticismo. Lo comprendo perché il nostro paese vive troppe contraddizioni da un punto di vista editoriale. Il risultato è che non pochi giornalisti, quando sono sottoposti a certe pressioni, decidono di mettere da parte i buoni principi, magari sedotti dall'idea di uno scatto di carriera, da un aumento in busta paga o semplicemente per timore di perdere il posto di lavoro. E' altrettanto vero che non sono pochi quelli che hanno il coraggio, l'autorevolezza, il prestigio, l'esperienza o la solidità per dire no, quando ricevono quel tipo di telefonata dai propri responsabili. Per questo, ti rispondo che non è mia intenzione difendere la "categoria". Mi trovo più a mio agio a ragionare sui singoli, perché non  siamo tutti buoni o cattivi, tutti coraggiosi o vigliacchi, irreprensibili o disonesti. Vero è che ci si ricorda più spesso di chi scambia il giornalismo per attivismo politico e meno di chi tiene la schiena dritta, sfidando il potere senza curarsi delle conseguenze. Quanto a Sky Tg24, credo rappresenti una realtà a sé, piuttosto atipica per il nostro paese, su cui la politica non è riuscita ad allungare le mani. Tant'è che in questi 10 anni non ricordo di aver mai ricevuto pressioni per dare un certo taglio a un servizio, per annunciare una notizia in un certo modo, per fare una certa domanda a un ospite in studio. Tutto è sempre stato votato alla massima libertà. Nell'estate del 2011 dedicammo per settimane lunghi servizi allo scandalo delle intercettazioni illegali che  portò alla chiusura, nel Regno Unito, del giornale "News of the World", di proprietà della News Corporation, e che culminò con il processo al fondatore del gruppo, Rupert Murdoch, che, come è noto, è anche il nostro editore. In quel caso - e chi ci segue lo sa bene - trattammo la notizia come tutte le altre. Se un' indicazione ci fu, fu: "nessuno sconto". Neanche per il cap.