“La scrittura era un’attività clandestina”, Paolo Giordano ospite in casa Bocconi d’Inchiostro

Se hai vinto una borsa di studio per frequentare un dottorato in fisica delle particelle pensi che la tua vita girerà attorno all’asse prestabilito. Se a 26 anni, invece, vinci col tuo primo romanzo, nato in modo clandestino e disinteressato, nel corso dello stesso anno il Premio Strega e il Campiello allora il destino, la vita o chicchessia, forse, ha in serbo per te altre strade da attraversare. E’ così che Paolo Giordano, a 26 anni, diventa il più giovane scrittore di sempre ad aver vinto lo Strega e, con “La solitudine dei numeri primi”, vende più di un milioni di copie in dodici mesi. Sebbene i numeri non ci piacciano e il nostro interesse giri attorno all’uomo in quanto tale, per arrivare alla conoscenza più profonda bisogna passare dall’eredità che ha già costruito. “La scrittura ha a che fare con momenti di transizione e per me quello lo era senz’altro, lasciavo alle spalle la giovinezza, gli studi, per abbracciare il mondo delle responsabilità”, ci racconta con grande cordialità, ospite dell’associazione Bocconi d’Inchiostro che regala, ancora una volta, alla medesima università uno degli autori più amati e impegnati in circolazione. Giordano rivendica i suoi studi in fisica, la pazienza e la complessità di pensiero che gli hanno donato, ma allo stesso tempo afferma che con il passare degli anni tutto si trasforma e, inevitabilmente, si complica. A dimostrarlo il suo ultimo romanzo “Divorare il cielo” in cui ancora una volta i protagonisti sono dei ragazzi ma con caratteristiche di forte ambiguità, un’evoluzione rispetto ai tratti ingenui e inconsapevoli di Alice e Mattia. Per descrivere lo stesso titolo lascia totale libertà al lettore in quanto “ognuno nel cielo ci può vedere ciò che vuole”, mentre il divorare appartiene a una fase della vita ben precisa, quella in cui i giovani devono rompere il sistema e imporre le proprie idee. Una bulimia di idee, di emozioni e desideri che ha vissuto in prima persona. La vita lentamente educa ad altri pensieri ma la smania di raccontare, aprirsi al mondo e farsi attraversare dalle emozioni, dalle cose, è ninfa vitale della sua trama. Paolo sin da ragazzino scriveva ad un interlocutore per eccellenza, la luna. La stessa a cui si rivolge Leopardi; “che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?”. Probabilmente nella sua di esistenza, la luna e la penna erano destinate a fare, “clandestinamente”, l’uomo.

 La solitudine dei numeri primi ha avuto un successo formidabile, in che contesto e in quale momento della sua vita?

La solitudine dei numeri primi è nato in un momento in cui ero convito che la mia vita fosse in tutt’altra direzione, il che ha permesso a quel lavoro di essere molto libero, disinteressato, privo di condizionamento di qualunque sorta. La scrittura era veramente un’attività clandestina poiché mi occupavo di fisica tutto il giorno e scrivevo di notte, nei ritagli di tempo e non lo dicevo a nessuno. Questo mi è sembrato un dato molto significativo, appunto la definisco un’attività clandestina. La scrittura ha a che fare con momenti di transizione e quello per me lo era senz’altro, stavo lasciando alle spalle quel lungo binario un po’ preordinato che sono gli anni dedicati allo studio, la vita da ragazzo e cominciavo ad affacciarmi a un mondo diverso, fatto di responsabilità.

Dopo dieci anni arriva “Divorare il cielo”, un romanzo molto diverso rispetto al primo

Sono romanzi molto diversi tra loro, intanto ti rendi conto di quanta complessità hai acquisito rispetto alle cose, rispetto alla vita, – è strano perché “Divorare il cielo” racconta di ragazzi che hanno l’età che avevo quando ho scritto il primo romanzo – e mi è venuto di rappresentare quella fase come un’età di fortissime convinzioni, in cui mi sembrava di avere un’idea abbastanza precisa del mondo, del giusto, dello sbagliato, e la grande sorpresa è stata che crescendo le cose si complicano sempre di più. Le mie idee sono diventate più controverse, più scure, così come sono i personaggi di questo romanzo; c’è un grado di ambiguità in loro molto superiore rispetto ai protagonisti de “La solitudine…” che è un qualcosa a cui la vita ti educa lentamente.

Si può “divorare il cielo”? E’ un ossimoro, cosa può significare?

Secondo me significa quello che per ognuno può significare, è un simbolo su cui ognuno può proiettare ciò che vuole. Intanto bisogna capire ciò che per ognuno è il cielo: per qualcuno è fatto di puro desiderio, per qualcun altro è fatto di ideali, per altri ancora è fatto di Dio oppure composto soltanto di strati di atmosfera uno sull’altro. Questo è il tratto che mi interessa maggiormente, cosa ognuno di noi vede nel cielo. Il fatto di divorarlo ha molto a che fare con la giovinezza, con questa smania giusta di appropriarsi di tutto. C’è una parte della vita in cui uno deve avere quella ingordigia, quella spregiudicatezza di voler ribaltare le idee che ci sono in circolazione e di imporne di nuove. Se ad una generazione viene tolta questa possibilità allora quella generazione è stata fortemente compromessa

Come nasce una storia e quando vale la pena raccontarla?

E’ un processo molto lento. Io mi lascio ispirare da tutto e questa è una fase che anticipa il momento della stesura, pre scrittura, in cui il grande sforzo è veramente aprirsi, diventare trasparente rispetto alle cose, lasciare che tutto ti attraversi e in questo attraversamento alcune emozioni lasciano una traccia. Non è prevedibile quali si imporranno, non lo puoi decidere con dei ragionamenti a priori, probabilmente incontrano una tua interiorità, è questione di connessioni simultanee. A un certo punto sento che si è aggregata abbastanza massa per poter cominciare il libro quando è ancora totalmente informe.

Lei si ritiene un numero primo?

Io mi sentivo più un numero primo a vent’anni di quanto non mi senta nessuno primo oggi.

Mi dicono che sta lavorando a un documentario sulla luna

Esattamente, è un documentario proprio sulla luna, quest’anno è il cinquantenario dell’allunaggio, da un punto di vista soprattutto artistico ovvero come la luna è cambiata nel nostro immaginario e in quello degli artisti dopo lo sbarco e nel corso del tempo: ha smesso di essere affascinante per noi? Lo è ancora? In che modo? Mi sembra un argomento molto intrigante perché se ci penso le prime cose che ho scritto, quelle adolescenziali, le ho rivolte alla luna. E’ l’interlocutore per eccellenza.

La laurea in fisica le è servita per fare lo scrittore?

Mi è servita tanto, è stata una palestra molto forte e mi ha donato sicurezza, fiducia, pazienza, una certa quantità di applicazione. Grazie a determinati studi la tua mente riesce a fare dei salti e riesci ad appropriarti di qualcosa che all’inizio ti sembra quasi difficile pensare.

Grazia Di Maggio

Classe 1994. Lucana di nascita, milanese d’adozione. Si laurea con lode in Linguaggi dei Media presso l’Università Cattolica di Milano. Dopo svariati stage, collaborazioni ed esperienze nel mondo del giornalismo, del sociale e delle istituzioni, decide di allargare il proprio background con una specialistica in Politiche Europee ed Internazionali, perché come insegnava Tucidide “per capire il presente bisogna conoscere il passato”. Curiosa per passione e stacanovista per deformazione, vive alla ricerca di nuove sfide, stimoli e opportunità che possano arricchirla. Nel tempo libero… ops, cos’è il tempo libero?

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