Perché le Guerre Vogliono Cancellare i Simboli della Civiltà Umana

Guerra

Esistono beni che, nonostante i differenti periodi storici, ogni guerra tenta di colpire prima d’ogni altra cosa. Non si tratta di rifornimenti alimentari, né di risorse finanziarie, tanto meno di armi o fonti energetiche. La smania distruttrice si dirige verso musei, biblioteche, monumenti e opere d’arte, spesso ancor prima di abbattersi sulla popolazione nemica. Ciò potrebbe apparire paradossale: nel momento in cui la barbaria dell’uomo raggiunge livelli massimi di bassezza e il fanatismo bellico viene rivolto verso oggetti, edifici rappresentativi dell’altezza dello spirito umano, di norma considerati superflui, puramente ornamentali. In altre parole, inutili.

In realtà, dietro alla bellezza di un monumento, al pregio di un dipinto, si nasconde l’identità di un popolo, di un sistema di pensiero e, ancor prima, dell‘intera umanità. È proprio questo il malcelato bersaglio che si vuole attaccare e – nella peggiore delle ipotesi – cancellare definitivamente. Eliminati così i simboli più evidenti della coesione, i valori stessi per cui la società si batte, ben presto cadranno di conseguenza popoli e truppe. Il saccheggio della biblioteca reale di Luoyang, in Cina, ad opera degli Xiongnu, il rogo di ogni sapere umano ad Alessandria d’Egitto per volere del vescovo Teofilo, i libri messi all’indice da parte dell’Inquisizione, le opere “degeneri” distrutte dal nazismo, lo sgombero integrale dell’abbazia di Montecassino nel 1943, le statue di Alfarouk di Timbuctù in seguito alla minaccia jihadista e la più recente distruzione del museo nazionale iracheno di Baghdad sono solo alcuni esempi di quanto il fenomeno sia ricorrente.

È proprio questa diversa tipologia di crimini contro l’umanità che alcune persone – spesso rimaste ignote dalla storia – tentano di contrastare, dedicandovi l’intera esistenza. L’agente segreto e critico d’arte Rodolfo Siviero fu uno di questi: nel corso dei centodue anni della sua vita riuscì a recuperare, tra le altre, opere del calibro della Danae di Tiziano, dell’Hermers di Lisippo, trafugate durante la seconda guerra mondiale dai nazisti; altro silenzioso eroe fu il collezionista tedesco Cornelius Gurlitt, scomparso il 5 maggio scorso e noto alle cronache per essere stato il custode del cosiddetto “tesoro di Hitler”.

Quest’ultimo comprendeva ben 1400 dipinti (tra i quali Matisse, Picasso, Renoir, Chagall solo per citarne alcuni) sottratti al regime durante il terzo Reich, e ritenuti completamente distrutti fino al loro inaspettato ritrovamento, avvenuto pochi mesi fa in un appartamento di Monaco di Baviera. Si possono solo immaginare i rischi per i quali tali figure hanno accettato di sottoporsi in nome della salvaguardia di questi tesori.

Se, da un lato, la totale distruzione rende irrecuperabili le tracce della cultura dei popoli rimasti sconfitti, dall’altro, è doveroso tentare di recuperare e ricostruire tutti i pezzi di identità che la guerra è riuscita solamente a danneggiare, a sottrarre al legittimo proprietario, anche a costo della vita.