Primarie USA: la Corsa alla Casa Bianca si Fa a Suon di Rock

Elvis with Nixon

“Signor presidente, lei mandi avanti il suo show, che io mando avanti il mio”, disse Elvis Presley a un Richard Nixon attonito nel vederlo entrare nell’ala ovest della Casa Bianca vestito con se stesse per salire su un palco di Las Vegas. E in uno mondo dove la politica diventa via via sempre più spettacolo, gli Stati Uniti rappresentano forse il migliore laboratorio dove osservare le relazioni – il più delle volte strette, e non sempre pericolose – tra stanze del potere e mondo dello showbiz.

Nixon Elvis

Con i caucus in pieno svolgimento la battaglia per aggiudicarsi la candidature alla Casa Bianca in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 8 novembre lo scontro tra i candidati – sia nello schieramento democratico, che in quello repubblicano – sta salendo al calor bianco, e i pretendenti al titolo di successore di Barack Obama se le stanno suonando di santa ragione. Letteralmente.

Due, in particolare, sono i candidati che stanno ricorrendo al mondo del rock, del country e dell’hip hop per fare il pieno di consensi: Donald Trump e Bernie Sanders. Politicamente antitetici – il primo è il falco repubblicano che piace alla pancia dell’America rurale, il secondo, spauracchio di Hillary Clinton, è l’illuminato senatore democratico del Vermouth che piace agli intellettuali, ai giovani e alle star di Hollywood – Trump e Sanders ben esemplificano il rapporto esistente, negli USA, tra il mondo della canzone e quello della politica.

I rocker, si sa, tendenzialmente votano progressista. Ed essendo Sanders il più progressista dei progressisti in lizza alle prossime presidenziali, a fare incetta di endorsement è stato proprio lui: Red Hot Chili Peppers, Vampire Weekend, Killer Mike, Foster the People, i frontman dei System of a Down e Wilco Serj Tankian e Jeff Tweedy e alcuni elementi di Foo Fighters e Faith No More sono solo alcuni dei nomi che si sono pubblicamente spesi, volontariamente – e talvolta anche attivamente, suonando a comizi o raccolte fondi, per supportare la sua campagna elettorale.

Bernie, come viene chiamato affettuosamente dai suoi supporter, dal canto suo la materia – il rock – la sa maneggiare bene, talmente bene da aver chiuso la sua campagna elettorale in Iowa facendo seguire “Starman” di David Bowie al suo discorso di saluto alla sua base: un omaggio – quello al Duca Bianco – che i media americani hanno apprezzato molto, data anche la persistente ondata emotiva sollevata dalla recente scomparsa del fu Ziggy Stardust.

Trump, dal canto suo, ha avuto anche lui a che fare con alcune dei nomi più in vista del firmamento pop e rock mondiali, ma in termini tutt’altro che amichevoli: Neil Young, Adele, il già leader dei R.E.M. Micheal Stipe e Aerosmith hanno tutti intimato al magnate americano di smettere di usare la propria musica durante i suoi comizi.

Adele Trump

E se il suo (ex?) amico Russell Simmons, uno dei pezzi da novanta della discografia made in USA, gli ha amichevolmente consigliato di tenere un profilo più basso, e l’ex Pink Floyd Roger Waters, inglese da anni residente oltreoceano, l’ha meno amichevolmente definito “un ignorante”, qualcuno che tutto sommato lo apprezzi, nel mondo della musica, Trump lo può anche vantare: se non proprio Azealia Banks, che ha detto che lo voterà “perché è cattivo come l’America”, il candidato repubblicano ha incassato un convinto endorsement dal parte di Kid Rock, rap-rocker di Detroit che non ha mai mancato di dare voce all’America più marginale. “E’ uno capace di fare affari, mi piace perché vorrei che governasse il paese come governa le sue società”, ha detto Rock: “E poi la sua campagna elettorale mi ha fatto morire dal ridere…”. Vi ricorda qualcuno?