Referendum in Colombia: Ritorno al Passato o Possibile Segnale di Svolta?

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In attesa del nostro tanto discusso referendum costituzionale del 4 dicembre, domenica scorsa, 2 ottobre, è toccato ai cittadini colombiani decidere su un quesito epocale per il destino del proprio paese. Effettivamente, dopo più di cinquant’anni segnati dalla tensione e dalla violenza causate delle lotte armate delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) e i quattro ultimi anni di trattative di pace conclusisi con gli accordi siglati all’Avana lo scorso agosto, il presidente Juan Manuel Santos ha deciso di indire il referendum per conferire maggiore legittimità all’accordo di “riconciliazione nazionale” tra governo e guerriglieri.

Malgrado le ottime premesse della cerimonia di pace tenutasi a Cartagena de Las Indias il 26 settembre e nonostante i sondaggi fossero molto fiduciosi sull’esito positivo, i Colombiani si sono espressi in maggioranza per il No.

Analizzando i dati da vicino, emerge una vittoria del NO di appena 55000 voti (50,8% contro 49,2%), senza contare, allo stesso tempo, l’altissimo tasso di astensionismo che ha superato il 60% degli aventi diritto. Ma cosa spiega questo risultato inaspettato per una partita che, secondo la stragrande maggioranza degli osservatori internazionali, sembrava già vinta in partenza?

In primo luogo, è evidente che da parte del cosiddetto fronte del No capeggiato dall’ex presidente di destra, Alvaro Uribe (da sempre ostile a qualsiasi tentativo di riappacificazione con i gruppi armati), ci sia stata una massiccia strumentalizzazione politica volta a trasformare un referendum, obiettivamente pacifico, in un plebiscito pro o contro la legittimazione delle FARC. Inoltre, c’è stata una forte leva sul timore che gli accordi dell’Avana potessero essere la minaccia di un’ondata di populismo di sinistra accompagnato da un ipotetico arrivo al potere delle FARC.

In secondo luogo, da parte del fronte del presidente Santos, l’errore è stato di puntare l’intera campagna sul perdono comportante anche una vasta amnistia per buona parte degli ex combattenti. Il risultato è stato, dunque, la nascita di una forte perplessità, da parte dei cittadini, ad accettare una pace, per certi versi, ancora prematura.
Nonostante ciò, è da evidenziare il dato che proprio nelle aree più colpite (si tratta soprattutto di quelle rurali) dal conflitto in tutti questi anni, la maggioranza per il sì è stata pressoché eclatante. Dimostrazione che la voglia e soprattutto la speranza di mettere fine a un lungo e tormentato capitolo della storia del paese, fosse particolarmente sentita.

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Alla luce dei risultati, il governo di Santos ha ribadito comunque il mantenimento del “cessate il fuoco” e del proseguimento del dialogo con il leader delle FARC, Rodrigo Londono “Timochenko”. Resta soltanto da capire, in futuro, quanto il segnale espresso dai cittadini colombiani lo scorso 2 ottobre determini uno stop all’inizio di una nuova pagina per il paese o, al contrario, sia già, in qualche modo, l’inizio di un alternativo processo di riconciliazione.