Reshoring, Industrializzazione 2.0: I Nuovi Orizzonti dell’Economia Globale

Manufatturiero

Chissà cosa ne pensa Michael Moore. Lui, che con “Roger & Me” aveva stimolato il grande pubblico a riflettere sul disastro provocato dalla chiusura di 11 stabilimenti della General Motors nello Stato del Michigan, a Flint, città in cui il regista è nato. 30 mila persone rimangono improvvisamente senza lavoro. La cittadina si spopola. I tassi di criminalità aumentano esponenzialmente.

Effetti collaterali del primo grande processo di delocalizzazione che la storia economica ricordi. “Ho realizzato questo film per ragioni personali e politiche. Vedete, i senzatetto non sono semplicemente caduti dal cielo, e noi volevamo scoprire chi erano i responsabili. Volevamo fare dei nomi”, aveva spiegato Moore.

Eppure, adesso bisognerebbe riavvolgere il nastro. La nuova parola chiave di ogni discorso sulla globalizzazione dei mercati è reshoring: rilocalizzazione del processo produttivo. Una retromarcia inimmaginabile qualche anno fa, quando buona parte degli analisti interpretava le dinamiche intrinseche all’economia globale a partire da un punto fermo: i Paesi occidentali si erano trasformati, per effetto della cosiddetta terziarizzazione, in economie di servizi, lasciando che quelli emergenti diventassero “l’officina del mondo”.

Ma adesso per la Casa Bianca dibattere sul rinascimento del settore manifatturiero non è più un dogma, dopo aver sdoganato il concetto di “Maker Fare”, il mantra del nuovo corso degli States. Perché se i costi di produzione nel Paesi in via di sviluppo crescono, e al contempo si riducono i costi energetici statunitensi grazie al boom dello shale gas, l’accelerazione del processo di rimpatrio delle attività produttive non può che essere la logica conseguenza.