Siamo Stati da Ruben, il Ristorante Solidale della Fondazione Ernesto Pellegrini Onlus

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Al civico 52 di Via Gonin, a Milano, si trova Ruben, il ristorante solidale che da ben due anni costituisce il fiore all’occhiello della Fondazione Ernesto Pellegrini Onlus. Un ristorante unico nel suo genere, dietro al quale si nascondono non solo persone disponibili e volontari accoglienti ma anche famiglie e storie da raccontare, dai tristi aneddoti degli adulti alle più curiose fantasie dei bambini. Abbiamo avuto la possibilità di parlare con Christian Uccellatore, Responsabile del progetto Ruben, che ci ha permesso di conoscere meglio l’organizzazione e gli obiettivi che dal 2014 portano avanti il ristorante.

Come e quando nasce Ruben?
“Ruben nasce nel novembre di due anni fa da una volontà della famiglia Pellegrini, in particolare di Ernesto Pellegrini. Il Presidente della Fondazione, da sempre legato alla città di Milano, voleva fare qualcosa per aiutare la collettività. Ha così iniziato a pensare a un progetto che si rivolgesse alle nuove fasce di povertà e che coniugasse la ristorazione, settore che abita professionalmente da cinquant’anni, con il sociale. Da qui nasce Ruben, non una mensa dei poveri ma un ristorante solidale, un progetto innovativo e diverso dal solito”.

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Perchè il nome “Ruben”?
“Il nome Ruben è legato a un’esperienza vissuta dal Presidente. Ruben era una persona che lavorava come bracciante per una cascina alle porte di Milano posseduta dalla famiglia Pellegrini. Agli inizi degli anni ’60, quando furono espropriati i terreni che la famiglia aveva in affitto, la cascina fu abbattuta e Ruben, rimasto senza dimora, fu costretto a sistemarsi in una baracca di legno senza riscaldamento. Ernesto Pellegrini, trasferitosi in città, racconta che nel corso del corso degli anni aveva perso i contatti con Ruben se non che, dopo qualche tempo, venne a sapere che l’uomo era morto assiderato all’interno della sua baracca. Il Presidente ha così scelto il nome del ristorante che ha lo scopo, oggi, di dare una mano a tutti quei Ruben che non è riuscito ad aiutare in passato”.

Come poter accedere al ristorante? Chi può beneficiare dei vostri pasti?
“Quando è nata l’idea di lavorare sul progetto Ruben, il primo pensiero è stato quello di mettere in piedi un servizio che rispondesse a un vero bisogno. Prima di aprire il ristorante, abbiamo quindi incontrato e osservato da vicino tutte le grandi realtà che operano in città, da Opera San Francesco a Pane Quotidiano fino alla Caritas Ambrosiana, grosse mense che ogni giorno distribuiscono un totale di 9000 pasti. Abbiamo subito capito che a Milano non c’era bisogno di un’ulteriore mensa, quelle che ci sono coprono largamente la richiesta. Parlando con queste organizzazioni, però, abbiamo notato che negli ultimi anni una nuova fascia di utenze, diversa da quella a cui si era solitamente abituati, si è avvicinata a enti rivolti ai più bisognosi. Se prima erano frequentati da stranieri o clochard con età adulta/anziana, oggi sono molti anche gli italiani, con un età media più bassa, e addirittura interi nuclei famigliari, coloro che si accostano a queste realtà. Abbiamo così intuito che la città necessitava di un ristorante solidale che andasse a colmare nuove tipologie di bisogno. Ruben si rivolge a quella che viene brutalmente definita la zona grigia, ossia tutte quelle persone che si ritrovano in uno stato di indigenza improvvisa, quei nuclei famigliari che negli ultimi 3/4 anni si sono ritrovati al di sotto della soglia di povertà per colpa della crisi. Come accedono al nostro ristorante? Ci vengono segnalati dalle organizzazioni e dalle associazioni territoriali. Oggi, uno qualunque dei 140 enti associati a Ruben può accedere al nostro portale online con delle credenziali e segnalarci la persona o il nucleo famigliare che ha bisogno del nostro aiuto. Alla segnalazione seguirà poi un tesseramento che permetterà a queste persone di accedere al ristorante”.

Ruben, dall’apertura al 2017, ha erogato ben 4200 tessere e distribuito circa 200.000 piatti caldi. Nel 2016 sono stati ben 67.495 i pasti erogati, di cui 17.907 destinati a bambini con età compresa tra gli 0 e i 16 anni. “I bambini frequentano il ristorante in modo splendido. Chiaro, capiscono che vengono qui perchè la loro famiglia ha delle difficoltà, ma romanzano Ruben in maniera molto fantasiosa. Ad esempio, la mamma di un bambino di 8 anni ci raccontava che suo figlio si vanta con i suoi compagni di scuola di andare al ristorante almeno tre volte a settimana”.

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Chi sono quelli che voi chiamate “gli amici di Ruben”, le persone che tengono in piedi questo bellissimo progetto?

“Dietro a Ruben ci sono 4 diversi aree di lavoro. Una prima parte, prettamente progettuale, fatta di dipendenti della Fondazione stessa. Una seconda parte, più tecnica, dedicata alla ristorazione: nella nostra cucina industriale, che ogni sera fa da mangiare per 400 persone, c’è uno staff composto da 5 professionisti, dal cuoco al lavapiatti. Le rimanenti due aree sono gestite dai volontari: una parte di loro transita in sala per sostenere e aiutare i commensali, dai più anziani ai bambini, parlando e ascoltando i più grandi, giocando e sorvegliando i più piccoli, così che la cena non sia solo un pasto ma un vero e proprio momento di condivisione. Un altro gruppo di volontari si occupa invece di tutta la parte organizzativa, dall’archiviazione alla gestione dell’ufficio informazioni”.

Cosa vi guida e quali gli obiettivi di Ruben?
“Ruben nasce come progetto di contrasto a quelle che sono le nuove fasce di povertà. Abbiamo degli obiettivi diversi rispetto ad altri servizi attivi sul territorio milanese. Faccio un esempio banale: la “classica” mensa dei poveri ha come obiettivo quello di sfamare più persone possibili nel minor tempo possibile. Noi abbiamo un obiettivo diverso: offrire un momento di stacco, di sollievo, di ristoro da situazioni che possono rivelarsi pesanti. L’idea è quindi quella di creare un ambiente tranquillo dove rigenerare le relazioni sociali. Questo vuol dire che abbiamo dei tempi molto lunghi: un nostro tesserato può entrare a orario di apertura e uscire a chiusura, non vogliamo metter fretta ai commensali. Abbiamo scelto di distribuire 400 pasti piuttosto che 1000 proprio perchè vogliamo rimettere in moto le persone, allontanarle dall’isolamento e reinserirle nel sociale”.

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Perchè far pagare un euro simbolico a ogni commensale?
“Ruben, come ho già detto, si rivolge a persone che si trovano da poco in stato di indigenza. Per un genitore che ha fatto vivere fino a ieri una vita normale e dignitosissima ai propri figli, andare in parrocchia e chiedere aiuto perchè consapevole della propria difficoltà economica, diventa un’esperienza psicologicamente distruttiva. Un’esperienza che logora, nel vero senso della parola. Noi abbiamo cercato di facilitare la permanenza di questi padri e di queste famiglie da Ruben cercando di attenuare la fatica psicologica. Simbolicamente, l’euro restituisce un po’ di dignità alle persone. Tutti sanno che con un euro non riusciamo a coprire i costi del pasto ma, non è il prezzo a essere importante, lo è il gesto. Per un papà poter pagare, anche solo un euro, per il proprio piatto e per quelli dei suoi 3 figli, è importantissimo. All’euro, si aggiungono poi altri tre fattori. Per primo, il tempo: a differenza delle mense dei poveri, dove sai che devi mangiare velocemente per lasciar posto ad altri, da Ruben puoi rimanere al tavolo tutto il tempo che vuoi. Per secondo, la scelta del cibo: nelle mense comuni non hai possibilità di scelta, vige la regola francescana del c’è quello che passa il convento. Questo aspetto però diventa difficile quando i soggetti non sono più adulti, ma bambini: è difficoltoso far capire ai più piccoli che possono mangiare solo quel piatto e non sceglierne uno fra tanti. Ecco perchè nel nostro ristorante ci sono 4 primi, 4 secondi, 4 contorni e 4 dolci. È un servizio che si avvicina al più comune self-service del centro commerciale dove il bambino può scegliere se mangiare pizza o risotto, ad esempio. Ultimo elemento è l’estetica: abbiamo pensato a Ruben come a un posto che evochi tranquillità, qualcosa che ricordi una bella mensa aziendale. Quindi l’euro, così come il tempo, la scelta del cibo e l’estetica, sono stati pensati per essere degli elementi facilitanti. Questi i quattro pilastri che rendono facile la frequentazione di Ruben per una famiglia in difficoltà”.