Se vi interessa capire l’economia, non guardate le borse

deflazione

Per avere il polso dello stato dell’economia, la cosa migliore è farsi un giro per le strade del quartiere, osservare, vedere quanti negozi, ristoranti sono ancora chiusi e probabilmente non riapriranno, rendersi conto della scarsa voglia di consumare, della mancanza dei turisti. L’umore delle persone oscilla tra la depressione economica e l’esuberanza dei mercati finanziari. Le quotazioni di borsa sono fuorvianti, in ritardo rispetto alla realtà economica, come si può notare dal grafico dei numeri che mostrano una profonda recessione(sx) mentre l’andamento del indice Nasdaq (dx) ha raggiunto i nuovi massimi di sempre.

La Borsa ha poco a che vedere con l’economia reale, nell’articolo “La lezione di Shiller” (di Davide Villa) troverete una interessante analisi; nel frattempo, per procedere nella narrazione dell’andamento rialzista di borsa rispetto ai valori economici reali, provo a sintetizzare le motivazioni: le azioni del settore Finanza e Tecnologia (Amazon, Apple, Facebook, Google, Netflix e Microsoft) pesano maggiormente negli indici, sono aziende che hanno subito meno danni dal blocco per il Covid 19; gli operatori di borsa prendono decisioni su prospettive narrate (storytelling) certamente non sulla base della razionalità; in soldoni, gli investitori operano spinti dalla preoccupazione di rimanere fuori dal mercato (Fear Of Missing Out- FOMO); tutto ciò ha definito le tre fasi dell’andamento degli indici di borsa di questi ultimi mesi:

  1. In Gennaio, gli investitori sottovalutano e sono indifferenti alle notizie della pandemia.
  2. Alla fine di Febbraio viceversa, la narrazione dell’evento pandemico determina la paura e l’incertezza per le conseguenze economiche, conseguente crollo dei mercati.
  • A fine Marzo arriva il “salvagente” delle banche centrali con immissione di denaro senza limiti, gli investitori, sulla scorta di questa narrazione,“storytelling”, si lanciano negli acquisti, anche in questo caso, senza limiti.

La “cronaca borsistica” è quella descritta, tuttavia nell’economia reale ci sono due variabili che avranno bisogno di molto tempo per tornare ai livelli pre-Covid, quantomeno sotto controllo: l’impennata del debito pubblico a livello generale, e l’aumento della disoccupazione (come descritte nelle tabelle seguenti).

I deficit si allargano, ciò peggiorerà il rapporto debito/Pil, infine la creazione di moneta da parte delle banche centrali sembra non avere limiti. I leaders politici, con il compiacimento dei banchieri centrali, “comprano il tempo” ed antepongo la richiesta di denaro ad un piano di politica economica e industriale.  Come se non bastasse, all’orizzonte, si prospettano nubi fosche nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina: il gigante asiatico procede nel suo progetto di “espansione” verso Hong Kong, e accelera gli accordi, prospettati nel 2016, dal valore di 400 miliardi di dollari, con Iran.

Una delle domande più frequenti che molti cominciano a porsi:

Ci sarà una impennata inflazionistica?

La risposta, per ora, è negativa! L’aumento dei prezzi è meno correlato alla quantità di denaro, di quanto non lo sia alla velocità con cui il denaro viene scambiato. In questo frangente, gran parte del denaro, in mano alle famiglie, viene risparmiato. Le motivazioni sono che le persone stanno perdendo opportunità di business e di lavoro (vedi tabella della disoccupazione) e si cautelano con la riduzione dei consumi. La crescita dell’ammontare del risparmio è certamente un fattore positivo, importante per i futuri investimenti e quindi per la crescita economica; tuttavia, nel breve termine, l’aumento del risparmio provoca una perdita di consumo, che diviene un fattore maggiormente critico per economie come quella americana (70% del PIL è determinato dai consumi). Per capire quando ripartirà l’inflazione, e questo succederà nonostante non ne percepiamo subito i sintomi, per usare una terminologia molto in voga in questi periodi, il “virus inflazionistico” è inizialmente asintomatico, il suggerimento rimane, per continuare nella similitudine, quello di misurare attentamente la “febbre” rilevata dal prezzo dell’Oro rispetto al dollaro. Il superamento delle quotazioni di  2.000 dollari per oncia, dovrebbe far scattare l’allarme, poi valuteremo, in un secondo momento, se sarà solo un episodio  oppure continuerà ad aumentare. In passato, ancor più valido nello scenario attuale, si diceva: “l’unica moneta reale è l’Oro, tutte le altre sono debiti”.

Per ora quindi la spinta rialzista sul mercato borsistico resiste, tuttavia la realtà economica è altra cosa, e la “narrativa sui mercati” dei denari illimitati dalle banche centrali cambierà sicuramente, anche se la tempistica è difficile da definire. Meglio prepararci alla seconda ondata.