Shale Revolution: gli Usa alla Caccia del Primato Petrolifero

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Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Il Butterfly Effect si ripresenta, ma in senso inverso, nel settore Oil&gas: l’uragano si chiama “Shale Revolution”, mentre la nostra piccola farfalla, che viene spazzata via, è la Nigeria. Perché se fino a 5 anni il gigante africano era il 5° esportatore di petrolio verso gli United States, oggi è il primo Paese ad essere escluso dalle remunerative importazioni americane (http://on.ft.com/1uR1zBN). E non solo la Nigeria, ma anche Libia, Algeria e Angola hanno visto crollare le loro esportazioni verso gli USA, in un contesto generale in cui le importazioni americane di petrolio sono calate da un picco di 10,8 millioni b/d (barrel per day) nel luglio 2005 a 7,6 millioni b/d nel luglio 2014: un terzo in meno.

Tutto ciò grazie alla Shale Revolution o rivoluzione degli scisti, le rocce porose di cui sono ricchissime le pianure di Texas e North Dakota, capaci di intrappolare al loro interno le molecole alla base di petrolio e gas. Grazie alle nuove tecniche della fratturazione idraulica e della perforazione orizzontale questo “petrolio non-convenzionale” è divenuto estraibile ed economicamente (ma solo economicamente) sostenibile.

La Shale Revolution ha portato gli Stati Uniti a raggiungere l’Arabia Saudita nella produzione giornaliera di greggio, a quota 11,5 milioni di b/d. E per queste settimane è previsto il fatidico sorpasso. L’Arabia Saudita, forte della propria capacità estrattiva non sfruttata, stimabile intorno ai 2,5 milioni di b/d, non teme l’alleato americano. Anzi, i sauditi sono grati alla politica energetica di Obama, che ha consentito la stabilizzazione del prezzo del barile nonostante la serie di crisi in Iraq, Ucraina, Libia e Siria. E non è un caso se proprio negli ultimi due anni di instabilità globale, gli Stati Uniti abbiano aumentato la propria produzione di petrolio di quasi 3,5 milioni di barili (http://on.ft.com/1uttR3y). Così già il prossimo anno gli Stati Uniti importeranno solo il 21% del petrolio necessario a muovere la loro economia, con un pazzesco calo del 60% rispetto alle quote importate nel 2005, ossia prima della Shale Revolution.

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Calano le importazioni, ma nel frattempo aumentano le esportazioni. Sebbene la Costituzione Americana vieti l’esportazione di greggio con navi partenti dal suolo nazionale, la IEA (International Energy Agency) stima l’export di petrolio USA in 400.000 barili al giorno. Il petrolio passa dal Canada e da lì viaggia in tutto il mondo, tanto che, lo scorso luglio, la prima petroliera battente bandiera americana è arrivata anche in Italia… (http://bit.ly/1tCfO7Q )