Sogno (e Risveglio) Cinese

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Articolo pubblicato su Spazio Economia il 31 agosto 2015

Lo scorso è stato un mercoledì nero per la borsa di Shanghai, che ha fatto registrare il peggior risultato quotidiano dal 2007, chiudendo a -8,48%. Il governo ha prontamente sospeso le contrattazioni di circa 2000 aziende che avevano raggiunto la perdita limite del 10%.

Il crollo del secondo mercato finanziario più grande al mondo è iniziato a metà giugno, dopo una fase di vertiginosi rialzi. Molti analisti, smentiti dal governo, leggevano i segni di una bolla alimentata dalla schizofrenia finanziaria di un mercato sovraeccitato dalle politiche di Pechino. Il totale distacco dei prezzi delle azioni dall’economia reale e dai profitti delle aziende, che hanno subito un calo dallo scorso anno, non prometteva nulla di buono.

Per circa 12 mesi i listini avevano accumulato valore, arrivando a duplicare la capitalizzazione nel caso della borsa di Shanghai (+150%) e costruendo enormi patrimoni privati da un giorno all’altro, apparentemente ignorati delle autorità di controllo. Poi lo scoppio: dal 12 giugno la borsa ha perso più di un terzo del suo valore, una cifra gigantesca pari a circa 10 volte il PIL della Grecia. Il mercato di Shenzhen, dove listano per lo più imprese hi-tech, ha bruciato il 40% dopo un aumento del 190%. Diverse testate internazionali hanno già definito la crisi finanziaria come il 1929 cinese.

Soltanto in un paese in cui vige la contraddizione dell’economia di mercato socialista è stato possibile un massiccio intervento correttivo da parte dello stato, che ha attuato una serie di misure: divieto per gli investitori che detengono più del 5% del pacchetto di una società di vendere titoli per i sei mesi successivi; acquisizione di miliardi di dollari in azioni da parte delle maggiori società di intermediazione; direttiva alle SOE (state-owned enterprises, aziende di proprietà statale) di bloccare le vendite e acquistare il più possibile per “salvaguardare la stabilità del mercato”.