Sono Stata a Milano Marittima. E Non ci Tornerò Mai Più

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Probabilmente perderò la stima e il saluto di molti aficionados alla ridente località ma mi è bastato un giorno e mezzo a Milano Marittima per capire che sarà il primo e ultimo giorno e mezzo della mia vita a Milano Marittima. Per almeno tre valide ragioni.

 

1.     Il viaggio d’andata

Io penso che in confronto l’esodo degli ebrei dall’Egitto sia stato una giornata di orienteering al parco delle dolomiti bellunesi. Partenza intelligente ore 9:00 con mia madre quale secondo pilota alias persona si piega verso di te se le sembri troppo sul ciglio della strada. Da precisare che l’ultima volta in cui ho preso l’autostrada con mia madre mi sono schiantata in galleria a Recco e non stavo nemmeno pensando alla focaccia. Musica, aria condizionata, tutto bellissimo. Sfrecciamo convinte su una strada che in realtà è stupenda oltre che a prova di idiota: tutta dritta, zero gallerie e paesaggio da campo di grano con volo di corvi di Van Gogh. Sono lì che canticchio Cremonini e i colli bolognesi quando nei pressi di Bologna ci arrivo per davvero. Oltre che stupenda e a prova di idiota, quell’autostrada, in quel tratto, non è che sia trafficata. È che a quanto pare connette tutto il mondo emerso, da Roma fino a Bangkok che a saperlo Jules Verne poteva piantarsi lì in mezzo con Giusy Ferreri e farsi il giro del mondo in ottanta secondi. Iniziano così 90 minuti paragonabili solo a Italia-Svezia ma senza il gol alla fine. Proseguiamo a tratti di 3-4 metri andando a 3-4 all’ora, in un logorante scenario in cui la musica ti dà fastidio, la cintura ti dà fastidio, l’aria condizionata ti dà fastidio, il sudore di quello sulla ford ka di fianco a te ti dà fastidio, la gamba ad angolo retto immobile sul freno ti dà fastidio e inizia anche un po’ a paralizzarsi. Dai un’occhiata in giro e vedi il piede di uno che spunta dal finestrino con calzino blu che taglia la caviglia proprio laddove inizia il pelo e pochi metri più avanti una Punto completamente ricoperta di adesivi che ritraggono peni colorati. Vorresti fossero allucinazioni ma no. Quando riparti sei in condizioni psicofisiche da gang bang senza droga dello stupro, il navigatore parla e decidi di veicolare tutto l’accumulo di fastidio su di lui spegnendolo (“sta voce da zoccola”) che tanto ormai siamo arrivate. Salvo poi ritrovarti su una statale sterrata tra Castiglione di Ravenna e Cervia (da tutti ricordata per aver dato i natali a Francesco Gullo) sulla quale a un certo punto sopraggiunge il seguente dialogo a rompere bruscamente un silenzio già di per sé agonizzante. Madre: “No! Nooo! Nooooo non ucciderlo!”. Io rischio la sincope e anche il volo nel pastificio di Giovanni Rana, guardo allarmata l’insidiosa strada davanti a me pensando a un bambino che corre, un cerbiatto che attraversa, un leprotto che salta ma niente. “Mamma. Cosa non devo uccidere esattamente?”. Lei esita un attimo, guarda davanti a sé e con un filo di voce afferma sconsolata: “Te lo giuro, c’era un cigno”. Per la disperazione scoppio a ridere, mi scendono le lacrime, non vedo più un cazzo, rischio di investire un paio di persone che esistevano davvero e poi, non so come, il parcheggio dell’hotel. Ah, sono le 15:30.

egitto

 

2.     Dove sono finita

L’autonomia rimastaci ci consente di camminare solo per qualche metro per andare a rifocillarci con un’enorme piadina romagnola. Vediamo due o tre barettini informali, che è un modo diplomatico di dire ronci ma ci siamo date un’occhiata e concluso che non potevamo pretendere altro. Intorno a noi tre tavolate di gente già ubriaca (nel frattempo erano arrivate le 16:00) che urla cori imbarazzanti vestita in modi ancor più imbarazzanti dei cori. Sto per alzarmi perché non posso farcela dopo un viaggio del genere a fare merenda all’Oktoberfest ma in quel momento arriva il cameriere con i menù e come spesso accade la fame prevale sulla decenza. Mi metto a osservare meglio questo spettro d’umanità quando compare un ragazzo vestito da pene. Ok che è un elemento importante nella mia vita, ma vederlo prima attaccato sulle macchine e poi enorme dal vivo mi sembra troppo. Di colpo collego: i cori, l’alcol, i peni. È il weekend degli addii al nubilato. Tre, per la precisione, quelli in corso attorno a me in quel momento. Reputo il matrimonio qualcosa di poco raccomandabile, ma se è così che riassumi la tua vita da single corri all’altare prima che lui si renda conto che sta sposando un’alcolizzata che si esalta alla vista di una cappella gigante di cartapesta. Ci viene un po’ da piangere ma finiamo la piadina e optiamo per un giro in spiaggia. Cioè io cercavo il lungomare ma dopo un quarto d’ora di traversata dei parcheggi degli hotel (che sono subito alle spalle del cordone di stabilimenti balneari) capisco che non esiste. Quindi entriamo proprio in spiaggia e ci diciamo “va bè, cerchiamo sto Papeete Beach che tutti figaminchia è il top”. Lo troviamo. Una distesa di lettini arancioni, colore che non va di moda dalla creazione di Garfield nel ‘78, disposti a circa otto millimetri l’uno dall’altro che ti chiedi se ad agosto li facciano anche a castello. La popolazione è composta in parte da tronisti scartati da uomini e donne e in parte dal riversamento del pullman di Tamarreide. Tocco di classe? Dj set e vocalist che alle 17:45 esalta i bagnanti sulle note di vorrei ma non posto. Possiamo andare.

Carnevale

 

3.     La noche

Con la morte nel cuore cala la sera e decido che c’è bisogno di una svolta. Così cerco su tripadvisor il ristorante più buono ma soprattutto più caro della città e porto a cena mia madre. All’ingresso c’è quella che inizialmente pensavo essere una coda (“evidentemente non è caro abbastanza, andiamocene”) e che invece poi si rivela essere un gruppo di timidi turisti che esitano sull’uscio sperando di intercettare i prezzi sul menù esposto all’esterno. Scanso quel branco di pezzenti e finalmente mi torna il sorriso. Tavolo rotondo, ampio ed elegante, centrotavola con i coralli, coltelli del pesce correttamente posizionati, seau à glace accanto a chi assaggia il vino e musica d’atmosfera. Clientela eterogenea ma molto presentabile, tant’è che tra un bicchiere e l’altro cerchiamo un fidanzato per mia madre ma constatiamo che i vecchi sono sposati e la fermo appena prima che inizi a puntare i ventenni. Cena perfetta, peccato che il vino salga un attimo dopo e per la precisione quando decidiamo di raggiungere la movida in centro. Io non so se ciò che ho visto sia reale o dovuto all’abuso di tannini, ma a parte i vari commenti oxfordiani per strada a cui mia madre non era più abituata (“oooh Fede quello ti ha detto che stacco de coscia namber uan!” “Eh.” “Vuol dire numero uno!!!” e via dicendo) mi si presentano scene molto vicine al luna park che si insedia a Pavia sul lungo ticino verso fine maggio, inclusi il gorilla gigante e l’odore di frittella. Gente che balla per strada, beve per strada, limona per strada, cubiste annoiate su casse di legno che si muovono allo stesso modo qualsiasi genere passi, anche perché la musica di ciascun locale si fonde con quella del locale adiacente e alla fine alla gente è lì per guardarti le tette. Torniamo in hotel e sarà il vino, saranno i tre chili di pesce, sarà il disagio ma vediamo i draghi viola tutta la notte tirandoci calci e le lenzuola. Mia madre mi riferisce che a un certo punto io nel sonno ho anche riso sguaiatamente.

Milano marittima

Nonostante l’indigestione non vengo meno ai miei valori e la mattina dopo faccio colazione con quattro brioches, due fette di torta e una tazza di cereali. Ci rimettiamo in viaggio sperando nella partenza ancor più intelligente e in effetti anziché sei ore e mezza ce ne mettiamo quattro. Con tanto di sosta in autogrill dove due sessantenni mi rubano il parcheggio e dopo aver guardato la loro targa ricevono un mio “che galanteria. Non potevate che essere svizzeri”. C’è stata solo una cosa, durante il viaggio di ritorno, più piacevole del camion davanti a me che trasportava cavalli e questi che mi fissavano masticando del fieno e chiaramente deridendomi per le mie capacità di guida: imboccare la A50 e leggere Milano. Senza alcuna traccia di Marittima.