Stonewall: le Persone Trans “Dimenticate” dal Film

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Sono un ragazzo gay che fa attivismo per i diritti LGBT da circa 3 anni e ho scelto di andare a vedere il film Stonewall, che parla delle rivolte newyorkesi avvenute tra 1969 e 1970, così come un po’ di tempo fa ho visto Pride, basato sulla strana coppia formata da attivisti LGBT e minatori in sciopero contro la Thatcher, e prima ancora Milk, film-biografia sulla vita del primo politico (e attivista) statunitense dichiaratamente gay ucciso a San Francisco poco dopo aver vinto le elezioni.

Non sono contrario alle rivisitazioni storiche a prescindere e credo che per raccontare alcuni fatti storici attraverso il piccolo e grande schermo qualcosina vada inevitabilmente sacrificato e semplificato, ma ieri sera sono uscito dalla sala profondamente deluso e francamente anche un po’ disgustato.

Tralasciando gli aspetti di critica cinematografica che non mi competono, il film presenta al pubblico una grandissima bugia: per chi non è esperto di diritti LGBT potrebbe quasi sembrare che i moti di Stonewall (da cui sono nate, prima a New York e poi nel resto degli USA e del mondo, le prime marce a favore dei diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transgender) siano nati dal mattone tirato da un ragazzo di nome Danny.
Ragazzo omosessuale, certo, ma con la pelle bianca, di buona famiglia, un ragazzo che tutti definirebbero “uno qualunque”, facilmente confondibile tra la folla.

La vera storia dei moti di Stonewall ha invece sempre tramandato un altro nome, un’altra persona e un’altra storia: il gesto che ha dato vita alla ribellione della comunita LGBT di New York è stato il lancio da parte di Sylvia Rivera – donna trans di origini sudamericane (e quindi non caucasica) – della propria scarpa rossa con il tacco contro la polizia (o di una bottiglia secondo alcuni, ma io propendo per la versione più “teatrale”).

Per qualcuno questa cosa potrà sembrare un dettaglio secondario, ma io credo invece che sia un aspetto importantissimo: il mondo di oggi è molto più aperto e propenso ad includere le persone omosessuali, bisex e transgender, prima purtroppo la situazione era di gran lunga peggiore.

Nel 1969, quando essere gay equivaleva ad essere malati, c’era un’altra categoria ancor più vessata dalla società e dalle leggi, vittima di insulti e di violenze ancor più tremende (che ancora oggi accadono e purtroppo non fanno notizia): parlo delle persone transgender.

Queste persone sono sempre state la parte più odiata e vessata della comunità LGBT, purtroppo anche da persone che della comunità LGBT fanno parte (e che quindi certi gesti di odio ed intolleranza non dovrebbero neanche ipotizzarli), il motivo di tutto ciò? Non possono nascondersi.

Una persona omosessuale può nascondere il proprio orientamento sessuale, certamente questa cosa comporta un grande sforzo e non poche sofferenze psicologiche, ma nel 99% è una scelta che si può intraprendere, ad una persona trans* questa possibilità non viene data: nel momento in cui inizia quel percorso lunghissimo di adeguamento del proprio aspetto fisico all’identità di genere che si ha si perde quasi sicuramente la possibilità dell’anonimato, è una sorta di coming out involontario.
Nel 1969 poi, quando farmaci e tecniche di chirurgia erano sicuramente molto molto indietro, nascondere la propria transessualità risultava praticamente impossibile.

Da persona dichiaratamente e orgogliosamente omosessuale non mi sento rappresentato adeguatamente dal film Stonewall e rivendico con orgoglio il ruolo che le persone trans hanno avuto nella storia del movimento LGBT: hanno sempre dimostrato un coraggio impareggiabile ed invidiabile, per questo motivo ogni tentativo di escludere le persone trans* dal Pride (e manifestazioni simili) per me non dovrebbe essere preso in considerazione neanche alla lontana.

Le persone transessuali e transgender fanno parte del mondo LGBT quanto chiunque altro e piuttosto che escluderle andrebbero sinceramente ringraziate, perché hanno fatto spesso da capifila nella battaglia per la nostra dignità ed uguaglianza.