Tassi e Derivati, Perché il “Whatever It Takes” di Mario Draghi Ha Ancora Senso

Trading On The Floor Of The NYSE As U.S. Stocks Climb To Record High While Crude Surges

Se fosse sfuggito a qualcuno, in questi ultimi periodi i tassi d’interesse sono aumentati in maniera consistente: il rendimento dei titoli di Stato americani è salito dal 1,4% al 2,3% in soli quattro mesi, quello dei titoli italiani da agosto è raddoppiato e i tassi applicati per i prestiti tra le banche sono passati dallo 0,6% di inizio anno a quasi l’1% degli ultimi giorni. Sono cambiamenti che avranno un impatto rilevante sui prezzi delle azioni, sul valore degli immobili e in generale sui nostri portafogli, dato che i tassi d’interesse rappresentano il prezzo del denaro. Tra le conseguenze meno note alla maggior parte di noi vi sono, tuttavia, quelle che riguardano i prodotti derivati.

Avendo ricoperto un ruolo centrale durante la crisi finanziaria del 2008, il termine “derivato” suona ormai abbastanza familiare: si tratta di un titolo che, come dice la parola, deriva il proprio valore da azioni, obbligazioni e/o altri titoli. I prodotti derivati nacquero nel 2005, con l’obiettivo iniziale di assicurare i mutui e proteggere le banche da eventuali diminuzioni dei prezzi delle case: sappiamo come è andata a finire. Funzionava così: la banca concedeva mutui alla clientela privata, mutui che, come da prassi, erano garantiti dal valore dell’immobile. Questi mutui venivano poi utilizzati come sottostante per emettere obbligazioni. In seguito, per coprire il rischio legato a queste obbligazioni, nacquero i CDS (Credit Default Swap). Prima di spendere qualche parola sul derivato per eccellenza –appunto, il CDS– è bene evidenziare la già palese “concatenazione economico-finanziaria”: in altri termini, il passaggio dal valore del bene reale della casa a quello finanziario del mutuo, al raggruppamento dei mutui in un’obbligazione, sino a giungere al derivato CDS.

I Credit Default Swap sono una sorta di polizza assicurativa in cui l’acquirente di un contratto paga un premio periodico a fronte della garanzia, da parte del venditore, di versare un determinato importo in occasione di un evento negativo relativo al credito sottostante, quale ad esempio l’insolvenza di chi ha emesso obbligazioni. Sino a qui nulla di problematico, se non fosse per un piccolo dettaglio: è possibile “scommettere” anche senza possedere le obbligazioni oggetto della scommessa. In sostanza, per chi acquista i CDS si configurano due scenari: se le cose vanno bene e l’obbligazione viene ripagata come da contratto, questi perde solamente il premio versato nel corso degli anni. Viceversa, se l’emittente dell’obbligazione diviene insolvente, il detentore-compratore del contratto CDS guadagna cifre astronomiche, che ovviamente corrispondono a perdite altrettanto astronomiche per chi ha venduto il CDS.

Dopo avere, in sintesi, raccontato il funzionamento dei derivati, appare chiaro come l’andamento dei tassi di interesse sia determinante per i premi “assicurativi” dei CDS. Ebbene, questa tipologia di prodotti ammonta, a livello globale, a circa 500 mila miliardi di dollari. Con i tassi sostanzialmente a zero, le banche continuano ad incassare i premi; viceversa, quando i tassi salgono, le banche potrebbero dover sborsare somme ingentissime. Stiamo parlando di cifre rilevanti, i cui effetti potrebbero causare una nuova crisi finanziaria sul mercato globale, con conseguenze imprevedibili.

Se le ragioni per cui stare all’erta non fossero sufficienti, è utile ricordare che la maggiore esposizione sui derivati appartiene alla banca europea Deutsche Bank, per un totale di 46 mila miliardi di dollari. Per capire la portata del rischio, questa esposizione è circa tre volte la produzione annua degli Stati Uniti e, messa in relazione al valore della capitalizzazione di borsa della banca, che si aggira intorno ai 23 miliardi di dollari, è facile dedurre che agli azionisti resterebbe ben poco da dividersi.

Pur riconoscendo che il valore nominale dei derivati non basti a rappresentare l’esposizione al rischio, le conseguenze di un aumento dei tassi si ripercuoterebbero anche sulla provvista di liquidità. Tutto ciò pone in una visione più interpretabile la frase “whatever it takes” pronunciata da Mario Draghi, immediatamente dopo essersi insediato alla Presidenza della BCE nel novembre del 2011, riferita alla politica di mantenere bassi i tassi d’interesse. Era sempre il 2011 quando proprio Deutsche Bank si mise a vendere 7 miliardi di BTP, facendo alzare lo spread tra il BTP e Bund a 576 punti base, motivo principale dell’insediamento del governo tecnico di Mario Monti.

Gli indizi per capire quali fossero le reali ragioni alla base del dover fare “tutto il necessario” per mantenere i tassi a zero ci sono, e portano a capire quanto sia fragile ancora oggi il sistema bancario europeo. Certamente Draghi ha fatto il massimo possibile per disinnescare la “bomba” finanziaria dei derivati: se tutto questo basterà a garantire la sopravvivenza dell’eurozona è ancora da vedere. Durante questi anni la leadership di Angela Merkel non è riuscita a creare una reale unione economica-bancaria. Non c’è stata una convergenza delle performance economiche dei membri dell’Unione, anzi: la Germania ha distaccato sempre di più il resto dei Paesi. È per questo motivo che i risultati delle prossime scadenze elettorali europee non saranno tanto la causa dei cambiamenti di politica economica, quanto l’effetto dei loro mancati risultati.