The Importance of Being Stronza

Si tratta quindi di un circolo vizioso dal quale lo stronzo vuole tenersi alla larga. Come da un sacco di altre cose. Sì perché la stronzaggine non si limita certo al provocare coercitivamente l’altrui, brutale presa di coscienza. Ci vuole anche una certa dose di cinismo diffuso e insensibilità patologica, un basso livello di empatia verso la specie umana e un sostanziale menefreghismo in merito a cosa questa pensi delle proprie azioni e parole. Certo, bisogna poterselo permettere. Uomo o donna che sia, lo stronzo deve per forza essere di bella presenza, disporre di una cultura generale ampiamente superiore alla media e di un’ars amatoria che in confronto Ovidio scrive per i Baci Perugina. Essere stronzi è a metà tra un’arte e un dono, una di quelle cose per cui o si ha la predisposizione naturale e congenita oppure è meglio lasciar stare, come suonare il pianoforte, dipingere e fare la U con la lingua. Sì, ciò che non uccide stronzifica, ma solo chi è geneticamente portato può trarne tutti i benefici. Che poi si riassumono in un solo concetto: il lusso di non dover fingere. Perché diciamolo: ci pesa fingere un orgasmo, figuriamoci fingere di essere diversi, migliori magari, di ciò che si è. Frequentare luoghi in cui non si ha voglia di stare, stare con persone che non si ha voglia di frequentare. Il tutto si riflette perfettamente nelle parole di quel concentrato di iconicità e testosterone di Jep Gambardella, quando dice «La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare». Che se ci arrivi a sessantacinque anni sei più che giustificato, se ci arrivi a venticinque sei stronzo.

Gambardella