“This War Of Mine”: la Guerra al PC, ma Dalla Parte dei Civili

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Cambiare prospettiva, guardare agli eventi con un angolazione diversa, espandere i propri orizzonti, sono tutti fattori importanti per l’accrescimento culturale di una società. Spesso, si tratta di un processo faticoso, che richiede tempo, fatto di lotte e conquiste graduali. Oggi, però, la tecnologia arriva in nostro aiuto e talvolta amplifica la portata degli eventi, ne altera la percezione e ci riempie di suggestioni senza le quali avremmo sicuramente una visione parziale e distaccata di quanto avviene nel mondo.

Questo preambolo può sembrare inutile quando il tema dell’articolo è un videogioco. Il fatto è che “This War Of Mine“, lavoro degli 11 Bit Studios di Varsavia capeggiato da Michal Drozdowski, non è un semplice videogioco. Non è ancora partita la campagna di lancio, annunciata nel 2014 ma finora ignota, tuttavia il Pc game fa già parlare di sé da tempo. Arrivando al punto, si tratta di guerra. E’ l’elemento centrale, lo scenario principale attorno a cui si snodano le vicende, il tema su cui altre case produttrici hanno fatto fortuna.

Call of Duty, Battlefield, Resistance, sono alcuni dei nomi più noti e sicuramente non hanno bisogno di presentazioni. Il loro successo commerciale è dettato dal grado di realismo che col tempo tali prodotti hanno acquisito, frutto di ottimo lavoro ed esperienza. Chi combatte a colpi di mitragliatrice contro un nemico, può farlo immedesimandosi per davvero, sentire rumori suggestivi, camminare in scenari facilmente identificabili. Sono cose note a chiunque ne sia appassionato e tra i giovani sono rimasti in pochi a non aver provato il brivido di buttarsi all’assalto di un avamposto, anche solo il modo virtuale.

This War Of Mine cambia le cose. Ribalta la prospettiva e fornisce un angolazione diversa. Da questa angolazione non si spara però: si vive la guerra da parte di chi ne è coinvolto dietro le quinte, i civili. Qui i protagonisti sono le famiglie, le loro abitazioni. Il protagonista deve guidare un gruppo di superstiti e la sola ricompensa è sopravvivere un altro giorno. Sono definiti “survival games” proprio perché non ci sono vincitori, né vinti. Bisogna anzi misurarsi con scelte difficili. Chi guida il gioco sarà messo in condizione di dover fare delle scelte: attendere ore in attesa che il cecchino col mitra nella stanza a fianco se ne vada, uscire la notte per procacciare cibo per sé e il gruppo, recuperare in qualunque modo un’arma, decidere se liberarsi di un compagno allo scopo ultimo, appunto, di sopravvivere.

Sorprende pensare alle parole di Pawel Miechowski, scrittore della trama di gioco. Per delineare il progetto sono state fatte numerose ricerche sugli scenari urbani conseguenti a una situazione di conflitto, oltre a fare tesoro di testimonianze dirette. Il risultato è una grande lezione morale impartita implicitamente a chiunque si appresti a giocare: per un civile non importa se in guerra un contingente di soldati sia visto come un invasore o un difensore.

Qui però c’è un’importante differenza da un film o da un libro, qui lo spettatore ha letteralmente in mano gli strumenti e le azioni da intraprendere per giudicare da solo. Per formarsi la sua idea. Anche un videogioco, con questa impostazione, fa cultura e fa riflettere. Se non altro, costringe a pensare un secondo in più di quello che serve per premere un tasto, puntare un fucile e far fuori un nemico.