“Tiresia”, Innovazione Italiana al Servizio delle Smart City

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Parliamo oggi di un argomento molto di moda negli ultimi anni, le Smart City, e soprattutto di chi ci lavora in Italia.

Per farlo siamo andati a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dove abbiamo incontrato Alvise Casanova, amministratore unico di Progetto Tiresia, una giovane startup nata nel 2013 con l’obiettivo di sviluppare, ricercare sul mercato e commercializzare prodotti e servizi innovativi ad alto valore tecnologico per lo sviluppo delle “città intelligenti”.

Che cos’è il progetto Tiresia legato alle Smart City?

“È un progetto finalizzato ad uno sviluppo economico del territorio basato su una maggiore sostenibilità energetico-ambientale e sull’erogazione di nuovi e più immediati servizi di qualità al cittadino, con, in più, una caratteristica peculiare: la capacità di auto-finanziarsi e di auto-sostenersi economicamente, senza alcun investimento da parte dell’amministrazione pubblica”.

Come è possibile questo autofinanziamento?

“Con un piccolo intervento su tutti i lampioni o punti luce di una città. Si tratta della semplice sostituzione degli alimentatori ferromagnetici attuali con l’installazione dell’alimentatore elettronico Dibawatt®, messo a punto da Menowatt, società ex-gruppo Sorgenia. Questo piccolo intervento permette un risparmio economico tale da poter essere utilizzato per l’erogazione del servizio”.

E questo è sufficiente?

“Il risparmio, secondo i dati, è veramente importante: per un paese dai 1000 ai 5000 abitanti si stima attorno ai 175mila KWh, corrispondente a circa il 45% del consumo attuale, ovvero diverse decine di migliaia di euro. Tanti sono i soldi che si riescono a risparmiare anche in proporzione al bilancio e alle dimensioni del comune. Se lo si lo si rapporta a grossi comuni si va a parlare di milioni di euro. È la soluzione ideale per un periodo economico come questo”.

Come viene usato questo risparmio?

“Tiresia si occupa di sviluppare una piattaforma fisica e digitale unica e il server centrale che la coordina e offre la base per i servizi legati alla SmartCity. I servizi, in seguito, possono essere sviluppati e decisi liberamente a seconda delle esigenze e delle peculiarità del territorio”.

A che esigenza va incontro la Smartcity?

“La Smartcity viene incontro ad un principale problema di comunicazione: in una città che ha difficoltà di poter trasferire dei dati all’interno del suo territorio è fondamentale creare una struttura di rete che ci permetta di erogare servizi alla cittadinanza e, dall’altra parte, dia la possibilità alla cittadinanza stessa di poter interloquire con l’amministrazione”.

Come è la percezione della SmartCity in Italia?

“Mediamente tu vai a presentare il progetto da un amministratore e la risposta è “Ok, mettiamo il Wi-fi pubblico e il sistema di videosorveglianza”, e così, spesso, vengono messi in secondo piano tutte le altre innumerevoli applicazioni di questa tecnologia come la mobilità, il monitoraggio dei parcheggi e del traffico, il coinvolgimento del cittadino nei temi di rilevanza pubblica, l’ e-learning o anche, per esempio, in ottica turistica, lo sviluppo di una rete che sia in grado di mettere in contatto albergatori, musei e servizi con i visitatori”.

Una Smartcity, poi, in grado di creare lavoro.

“Esatto. Noi ora non abbiamo le potenzialità per gestire i servizi a livello locale, e abbiamo quindi bisogno di metterci in contatto con qualche associazione che si prenda in carico lo sviluppo dell’attività legata al territorio. Un’opportunità per i giovani e per le aziende locali di occuparsi dello sviluppo delle applicazioni che posso funzionare sul nostro server, creando sempre nuovi servizi per la cittadinanza”.

È facile proporre un progetto come il vostro in Italia?

“E’ difficile. Il problema principale è mettere a un tavolo tutte le persone che possono decidere ed essere competenti su un progetto di questo tipo, insomma è la burocrazia. Però noi facciamo un passo alla volta. Diciamo “inizia a risparmiare sull’efficienza della rete elettrica dei tuoi lampioni”, che, infondo, è un problema che hanno tutti i comuni d’Italia, “poi svilupperemo in seguito il resto””.

Ma parliamo di voi. Di solito il termite Start Up è legato nell’immaginario comune a giovani neolaureati, voi invece avete iniziato dopo i 40 anni. Come è stato? Avete avuto qualche aiuto o agevolazione?

“No, non abbiamo trovato nessun tipo di agevolazione e, sinceramente, le abbiamo anche cercate poco. Siamo tutte persone esperte e tanti di noi erano manager abituati a gestire risorse. Abbiamo deciso di partire coi nostri soldi e cerchiamo di mantenerci con ciò che produciamo. Siamo partiti con l’idea di creare un’azienda non perché fosse uscita una nuova legge o un nuovo bando, come si fa spesso. Noi vogliamo fare il contrario. Pensiamo che le nostre competenze commerciali, le idee e i prodotti che possiamo realizzare possano essere veramente competitivi e vincenti sul mercato”.

E con il coraggio di lasciare tutto e iniziare in un periodo di crisi.

“Quando abbiamo fatto il nostro business plan abbiamo previsto un paio d’anni di assoluto sacrificio, sapendo benissimo che ci saremmo pagati giusto le spese. Lo abbiamo potuto fare perché abbiamo lavorato molti anni prima, cosa che non può succedere, purtroppo, per i giovani appena usciti dall’università, e questo ci ha permesso di avere qualche soldo da parte”.

Qualcuno si potrebbe chiedere allora il perché.

“Il punto iniziale, per me, è stato un processo di interiorizzazione, di maturazione interna che ti permette di dire: vogliamo fare qualcosa di diverso e di autonomo. Nella multinazionale sei un omino, potrai avere lo stipendio più alto del mondo, ma alla fine sei consapevole di essere uno che non fa niente di testa sua. La nostra idea è quella di dire facciamo qualcosa di nostro e che possa essere utile all’ambiente, alla società in cui viviamo adesso e che possa essere lasciato ai nostri figli”.

Essere in Italia è un problema?

“E’ un grosso problema, ci sono tantissimi paletti. Quello che diciamo è che noi a questo Stato non chiediamo un aiuto, ci interessa che non ci metta i bastoni tra le ruote. Se vi dovessi fare vedere tutte le problematiche legate ai balzelli e alla burocrazia… E’ una cosa incredibile e non è così all’estero: lo abbiamo visto di persona perché ci abbiamo lavorato e perché abbiamo delle aziende con cui collaboriamo. E per estero intendo Europa, senza andare fino in Giappone, parlo di paesi come Austria o Germania”.

Ma c’è un vantaggio dell’essere italiano nell’ambito commerciale?

“Il famoso vantaggio della creatività italiana sono tutte cavolate. Quello che noi abbiamo, che non è un vantaggio competitivo, ma una qualità che abbiamo dovuto sviluppare vivendo in questo Paese, è la capacità di adattamento. Se un’azienda deve assumere un manager sceglierà un italiano, ovvero qualcuno con la capacità di essere creativo nel senso di non fermarsi davanti a nulla e di riuscire a trovare un modo per superare l’ostacolo”.

Tiresia in realtà non si occupa solamente di Smartcity, ma di fornire una base informatico/tecnologica a tutte quelle soluzioni innovative che possono migliorare l’ambiente e il territorio. Una parte della lunga intervista a noi rilasciata ha riguardato, per esempio, un interessante depuratore d’aria biologico brevettato dalla società U-Earth, per cui l‘azienda sta sviluppando dei sistemi di monitoraggio ambientale e per cui sta curando la distribuzione in Italia.
A presto ulteriori dettagli nella sezione Technology.