Una Tazzina di Caffè con le Fondazioni Iraniane

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Fare profitti e non pagare tasse: un sogno realizzato dalle fondazioni esentasse iraniane, le Bonyad, che con la rivoluzione del 1979 hanno incamerato le proprietà del deposto Scià e delle 100 famiglie vicine alla corte dei Palhevi. Nate con fini caritatevoli e di assistenza ai diseredati, fini sempre ben presenti, oggi le Bonyad, un centinaio, controllano l’economia iraniana, con una quota stimata del 40% del PIL nazionale, dando lavoro a circa 5 milioni di persone (su una popolazione totale di 76 milioni), e i barbuti rivoluzionari immortalati in tante foto d’epoca sono diventati potenti uomini di affari.

La più importante Bonyad si chiama “Sede per l’esecuzione degli ordini dell’imam” ed è stata fondata dalla Guida Suprema, l’ayatollah Khomeini, nel 1989; doveva restare in vita pochi anni, giusto il tempo di liquidare le proprietà abbandonate dagli esuli iraniani all’estero; ma è rimasta in vita ed oggi è un conglomerato con proprietà immobiliari valutate 52 miliardi di dollari e società diversificate nei settori finanzacostruzionipetroliotelecomunicazioni industria valutate 43 miliardi di dollari. Il valore totale è superiore alle esportazioni di petrolio (68 miliardi di dollari nel 2012).

La Fondazione Reza fattura il 7% del PIL iraniano. La “Bonyad degli Oppressi” ha un fatturato di oltre 12 miliardi di dollari. Il 60% delle società quotate alla Borsa di Teheran è posseduto da Bonyad. In una Paese dove vi sono oltre 80.000 moschee, templi, istituzioni religiose e dove la domanda di fondo è se sia possibile riformare il sistema di un’economia rivoluzionaria di matrice islamica (che rifiuta il concetto di profitto nella sua accezione occidentale), l’utopia rivoluzionaria si è fatta assai mondana e terrena, “insciallah”.

Photo credit:  Sam Anvari / Foter.com / CC BY