Una Tomba Per le Lucciole e la “Cultura” dell’Animazione Giapponese

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La rivalità c’è sempre stata, da che è nata l’animazione probabilmente. Da una parte Walt Disney, il suo mondo di felicità e positività, la convinzione incrollabile che serva solo un sogno e tanta forza di volontà per raggiungere i proprio obiettivi; dall’altra Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Hiromasa Yonebayashi e tutti gli altri registi dello Studio Ghibli, il gigante orientale che ha fatto dei lungometraggi animati – in una terra abituata agli episodi, agli anime più che ai film – una vera e propria filosofia di vita.

Giusto in questi giorni, uscirà per la prima volta al cinema Una tomba per le lucciole (letteralmente, La tomba delle lucciole), un film del 1988 di Isao Takahata, completamente restaurato. È l’adattamento di un fortunato romanzo giapponese, del 1967, una semi-autobiografia di Akiyuki Nosaka, che ha sofferto nel 1945 tutte le conseguenze dei bombardamenti americani di Kōbe. In occidente c’è l’errata convinzione, derivante dalla cultura o probabilmente dalla consuetudine, che qualsiasi film “a cartoni” si rivolga ai bambini; in generale, si crede erroneamente che qualunque cosa sia disegnata (fumetti, cartoni e chi più ne ha più ne metta) abbia come target l’infanzia, al massimo la fascia adolescenziale.