Valentino: la “Rivoluzione” Araba dello Stile Italiano

valentino-garavani-after-dvf

È passato ormai un anno dall’eclatante acquisizione per 700 milioni di euro della Valentino Fashion Group Spa da parte della Mayhoola For Investments Spc, longa manus dell’illuminato emiro del Quatar,  Al-Thani. La notizia fu per molti  versi storica, non tanto per il cambiamento nell’assetto societario di maggioranza – già da tempo, infatti, Valentino Garavani, l’iconico couturier fondatore del celeberrimo brand, aveva ceduto la società a terzi (l’80% all’inglese Primira, il 20% alla famiglia Marzotto) – quanto per il fatto che una storica fucina del lusso europeo diveniva proprietà esclusiva di una holding araba.

Fiumi di critiche furono riversati dagli esperti del settore: “ecco il solito emiro darsi allo shopping europeo su larga scala per accontentare i vezzi della bella, nonché seconda, moglie Mozah”. Al-Thani, infatti, nello stesso periodo, ha effettuato diversi grandi investimenti in Europa: oltre a Valentino, è divenuto proprietario di altri importati operatori del lusso (basti pensare ad Harrods); così come, cambiando totalmente mercato, della società calcistica francese Paris Saint Germain. Pareva certo che, per l’emiro, non ci fosse speranza alcuna di riuscire a conservare l’originaria identità del marchio, quel sogno che Valentino infondeva in qualsiasi sua creazione, né, tanto meno, di incrementare un fatturato già di per sé altalenante per via dell’agguerritissima concorrenza presente nel settore moda.

Ad oggi, tutte quelle considerazioni si sono rivelate infondate. La Maison Valentino, sotto la direzione araba, si è trasformata nella nuova punta di diamante delle sfilate parigine: dalla sempre più eterea haute couture, portabandiera della nuova estetica della casa, alle più abbordabili ma, non meno sofisticate, linee del prêt-à-porter femminile e, contro ogni aspettativa, anche maschile.

Le sacerdotesse preraffaellite Valentino mantengono l’austerità e l’autentico sfarzo dell’alta sartoria tipica del marchio, ma, al contempo, possiedono linee più pulite, giovani e dinamiche. I materiali e i tagli dal gusto artigianale rimangono i veri tratti distintivi di tutte collezioni. L’uomo si veste col più classico degli abiti, le cui proporzioni sono state, però, rese più contemporanee. Messa al bando ogni forma di eccesso o stravaganza, che, troppo spesso, rischia di compromettere quell’eleganza maschile tradizionale ricercata da ogni uomo. Ma tradizione non va confusa con banalità: l’uso della pelle, la texture camouflage, piuttosto che gli inserti in pelliccia conferiscono alle collezioni originalità e riconoscibilità, due elementi da cui non si può prescindere.

Al-Thani, lungi dallo stravolgere il management della azienda, con lungimiranza – non solo estetica, ma soprattutto imprenditoriale – mantiene alla direzione creativa della maison i talentuosi Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, lasciando loro un più che ampio spazio di manovra. Questa si è rivelata la vera scelta vincente. La visione estetica, così facendo, non ha sofferto, ma, anzi, ha trovato nuova linfa vitale: all’abito Valentino si sono via via accostati tutta una serie di accessori (vero volano del fatturato di ogni operatore del lusso): dalla borsa “della stagione”, alla scarpa dall’inequivocabile design, fino ad arrivare al settore del cosiddetto beauty.

Non essendosi ancora chiuso l’anno 2013, non si possono ancora avere dati certi riguardo al bilancio economico della holding, né tantomeno una quantificazione del fatturato, ma è presumibile un suo sensibile aumento rispetto all’anno precedente. Ciò che è indiscutibile, invece, è l’attivo in termini di marketing e di affermazione della restaurata identità Valentino. La maison è sempre più presente nelle le campagne di moda, agli eventi mondani, in tutta la filiera del settore e, da ultimo, spicca anche per iniziative filantropico-ambientali, vedasi la recente classifica stilata da Green Peace (“The fashion duel”), che colloca Valentino nei primi posti quanto alle serie politiche di salvaguardia ambientale adottate in ogni sua produzione.

Da questo emblematico caso non rimane che ricavare una riflessione: davvero la (s)vendita delle più grandi imprese italiane del settore lusso (e non solo) ad acquirenti esteri è indiscutibilmente una scelta fallimentare per il nostro Paese e per il futuro del marchio stesso? Non mi sento di poter dare una risposta esaustiva né tantomeno definitiva. Ciò che, però, mi permetto di dire è che, se è fuor di dubbio che, con la cessione di tali aziende, l’Italia perda prestigio e punti di Pil, è altrettanto innegabile che, ove non si riescano a fornire condizioni più favorevoli allo sviluppo di questa tipologia di imprenditoria made in Italy, risulta ipocrita condannare aprioristicamente tali decisioni.

Per quanto concerne, invece, la continuità, la non distruzione dell’identità e della filosofia dei marchi, credo che il metro di giudizio non debba essere la sola nazionalità dell’azionariato, bensì le decisioni adottate dallo stesso in merito alla conservazione delle professionalità presenti all’interno dell’impresa. Proprio come accaduto nel caso “Valentino spa – Al-Thani”.

Photo credit: CHRISTOPHER MACSURAK / Foter / CC BY