“Why So Serious?”

Why So Serious Federica Colli Vignarelli

Un titolo curioso per una rubrica, lo so. Avrei voluto scegliere qualcosa di più poetico, tipo “sulle ovaie del pensiero” o più latinista tipo “coito ergo cum”. E invece ho preferito Heath Ledger in una delle sue migliori e più inquietanti performance, portatrice di un messaggio di squilibrio mentale accompagnato da un dissacrante e disperato sarcasmo. Forse è inadeguato. Non tanto per l’inquietudine e neanche per la disperazione. Quanto piuttosto perché uno legge e non capisce cosa aspettarsi. Tipo. Quando leggi “the blonde salad” ti si attivano quelle due tre sinapsi che ti fanno subodorare che l’autrice sia bionda e magra, e che parlerà del suo essere bionda e magra e di tante altre cose bionde e magre. E infatti. Io non avrei potuto scegliere un titolo così. In parte perché il mio essere bionda è naturale come il canale di Panama, in parte perché odio l’insalata. E in parte -in gran parte, per la maggior parte direi- perché non c’è qualcosa di univoco che ci si dovrebbe aspettare. Non è una tattica di fascinoso depistaggio finalizzata a incuriosire il lettore, è proprio che non ne ho idea nemmeno io. Una cosa però è certa: non è niente di serio. Come diceva Giacomino flirtando con Marina Massironi. Che poi in realtà lui stava per sposarsi, ma gli piaceva dire così. E piace anche a me. Un po’ perché le ufficializzazioni mi mettono ansia, un po’ perché il tono teatralmente drammatico di cui il giornalismo moderno è pervaso mette ansia anche lui. E un po’ ha stufato. Sì, è vero, le tragedie accadono, il mondo sta andando a rotoli e la vita fa schifo. Ma quale modo migliore per sopravvivere a tutto ciò se non riderne? Ciò che non uccide stronzifica, ma soprattutto insegna l’arte della sdrammatizzazione, che dopo il parcheggio a S e il forno a microonde è una delle cose più utili nella vita.

Lo diceva persino Leopardi, che “chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo“. Certo, probabilmente se avessi avuto una gobba e rischiato l’enfisema polmonare ogni cinque minuti non ce l’avrei fatta nemmeno io. Idem Oscar Wilde, che nonostante l’arresto per il suo orientamento sessuale ne aveva da dire una per tutti, al grido di “life is too important to be taken seriously“. Il mio problema forse è stato leggere Hermann Hesse a 16 anni, quella fase in cui qualsiasi cosa tu legga si impianta nel tuo fertile cervello senza meta e ci rimane a vita. A me, de Il Lupo della Steppa, si è impiantato il concetto che “ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia dell’uomo a prendere sul serio la propria persona”. Sarò statica, ma dopo otto anni la vedo ancora così. E non vorrei vederla diversamente. Sì, un certo Aristotele sosteneva che il riso fosse degradante, e più tardi il collega Hobbes l’ha definito “espressione di vanità, una sfida aggressiva e inaccettabile”. Ma sai che c’è, Thomas? Io l’accetto.

Federica Colli Vignarelli

Classe 1991. Laureata in Bocconi ma non bocconiana, sogna di condurre il Tg5 nuda dalla vita in giù. Scrive per il Fatto Quotidiano, il Sole24Ore, GQ e Wired. Odia il natale e le arance, ama gli alpaca e il prossimo, finché non sbaglia i congiuntivi. Soffre di sindrome di Stendhal e anche un po’ di Stoccolma, anche se ha vissuto in Inghilterra. Qualcuno l’ha definita “la reincarnazione della Fallaci nel corpo di Moana Pozzi con la testa di Charles Manson”. Scrive per non impazzire, ma probabilmente è troppo tardi.

Federica è su Twitter come @fcolliv. Puoi contattarla a fcolliv@gmail.com.

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