Il Venture Capital non Investe in Seed e Start Up

Un recente articolo dell’Economist, dal titolo emblematico Disrupters Disrupted,  dimostra (dati PWC) come i cambiamenti nel settore VC USA siano stati lievi dagli anni ’90 ad oggi e con investimenti di seed capital inferiori al miliardo di $ nel primo quarto del 2015 (ma anche nel 2014 e negli anni precedenti i dati sono poco “rassicuranti”). La "fase embrionale", quando una startup raccoglie denaro per la prima volta, è particolarmente vulnerabile. La maggior parte delle imprese sono esperimenti con un esito incerto; investire è spesso un caso di "spray and pray". Molte startup sono ormai lanciate su siti di crowdfunding, dove possono raccogliere capitale per progetti e prototipi. Le imprese possono anche richiedere fondi su AngelList, una rete sociale di genere sia per i fondatori e gli angel. Nel frattempo, acceleratori come Y Combinator e TechStars investono piccole somme in imprenditori con idee brillanti, migliorano la loro offerta, un paio di mesi prima di servire loro ai VC.

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Analogo (pur con le dovute differenze)  è lo scenario italiano. L’ analisi dell’AIFI, associazione italiana del PE e VC ci offre, annualmente, il report sull’andamento dei soggetti che investono nel capitale di rischio delle imprese. Gli investimenti nel 2014 ammontano a 3,5 miliardi di euro per 311 operazioni di cui solo 106 in seed e startup, ma l’Italia è ancora troppo legata al sistema bancario, sistema che, come accennato già, non ha margini (né garanzie) per investire in PMI, startup e spinoff di ricerca. Né le condizioni prudenziali richieste alle banche lo permettono. La raccolta totale degli operatori italiani non è ancora ai livelli pre crisi e vi è un forte peso della componente istituzionale.

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