La fuga dei ricercatori non è solo un problema di stipendi: è un problema di fiducia e autonomia

La precarietà alimenta procedure poco trasparenti

Uno degli errori più frequenti nel dibattito sull’università è ridurre il problema della trasparenza a una questione esclusivamente morale. Tuttavia, il punto non è affermare che il sistema universitario è composto da persone corrotte: sarebbe una semplificazione tanto ingiusta quanto fuorviante. Il problema è più profondo — è il sistema stesso a generare incentivi che spingono verso soluzioni poco trasparenti.

Un dipartimento investe anni nella formazione di un giovane ricercatore, che acquisisce competenze, conosce i progetti, contribuisce alla produzione scientifica e diventa una risorsa importante per il gruppo di ricerca. È quindi del tutto naturale che l’ateneo voglia trattenerlo: il bisogno, in sé, è legittimo. Nessuno dovrebbe essere costretto, a trentacinque o quarant’anni, a vivere saltando da un contratto annuale all’altro o da un’università all’altra senza poter programmare la propria vita, acquistare una casa o costruire una famiglia.

Il problema nasce quando un’esigenza giusta viene soddisfatta con strumenti sbagliati. In assenza di percorsi di carriera stabili, si ricorre continuamente a nuovi bandi costruiti per garantire continuità a chi già lavora nel dipartimento. Così facendo, però, si riduce inevitabilmente la percezione di apertura e contendibilità delle procedure, alimentando sfiducia sia tra i candidati sia nell’opinione pubblica.

Per questo motivo riteniamo che una parte significativa delle criticità del reclutamento non si risolva introducendo nuovi controlli o ulteriore burocrazia, ma eliminando la causa che le genera. Contratti più lunghi e percorsi di carriera prevedibili ridurrebbero drasticamente la necessità di indire continuamente procedure pensate esclusivamente per garantire continuità lavorativa. In altre parole, una parte del problema della trasparenza si risolve semplicemente riducendo la precarietà.

Accanto a questa riforma proponiamo un principio altrettanto semplice: le procedure di reclutamento dovrebbero essere chiaramente distinte in due categorie. Da un lato, concorsi di progressione interna, riservati a chi è già in servizio presso l’ateneo e finalizzati a valorizzare percorsi di crescita professionale; dall’altro, concorsi completamente aperti, destinati a candidati esterni e progettati per attrarre nuovi talenti a livello nazionale e internazionale.

Continuare a sovrapporre queste due finalità significa creare ambiguità. Separarle, invece, renderebbe il sistema più trasparente, più onesto nei confronti dei candidati e più credibile agli occhi dell’opinione pubblica. È questa la proposta che, come European Youth Think Tank, riteniamo possa conciliare due esigenze solo apparentemente in conflitto: garantire continuità a chi merita di costruire una carriera accademica e assicurare una competizione realmente aperta quando l’obiettivo è selezionare nuovi ricercatori.

I bandi per giovani devono finanziare i giovani

Un’altra contraddizione riguarda i programmi destinati all’inizio della carriera accademica.

Le risorse dedicate ai giovani ricercatori sono limitate, e proprio per questo dovrebbero essere utilizzate con estrema attenzione. Un bando nato per favorire l’ingresso nella ricerca dovrebbe essere riservato a chi si trova realmente nelle prime fasi della carriera, non trasformarsi in una competizione nella quale partecipano candidati con decenni di esperienza, centinaia di pubblicazioni o posizioni già consolidate.

Non si tratta di penalizzare i professori o i ricercatori senior. Al contrario, ogni fase della carriera dovrebbe avere strumenti adeguati: chi è già strutturato dispone di programmi competitivi, finanziamenti dedicati e opportunità pensate per coordinare gruppi di ricerca, mentre i programmi destinati ai giovani dovrebbero invece perseguire un obiettivo diverso — permettere ai nuovi ricercatori di costruire la propria indipendenza scientifica.

Se le poche risorse disponibili vengono distribuite senza distinguere chiaramente tra le diverse fasi della carriera, si finisce per aumentare ulteriormente le disuguaglianze già presenti nel sistema.

Restituire autonomia ai giovani ricercatori

Uno dei limiti più evidenti dell’attuale organizzazione della ricerca riguarda il rapporto tra giovani ricercatori e supervisori.

Chi conclude un dottorato di ricerca non è uno studente: è uno studioso che ha già dimostrato di saper progettare, condurre e pubblicare ricerca scientifica. Continuare a considerarlo una figura completamente dipendente da un docente senior significa rinunciare a valorizzarne il potenziale innovativo.

Il supervisore dovrebbe svolgere un ruolo di guida scientifica, confronto e mentorship. Non dovrebbe rappresentare il centro attraverso il quale passano tutte le decisioni amministrative, finanziarie e organizzative del progetto.

Per questo sarebbe opportuno ripensare anche il modello di gestione dei finanziamenti: i fondi pubblici dovrebbero essere assegnati alle università, che attraverso procedure trasparenti li attribuiscono direttamente ai ricercatori selezionati. La gestione amministrativa dovrebbe essere affidata agli uffici dell’ateneo, mentre il supervisore dovrebbe limitarsi al coordinamento scientifico.

Negli ultimi anni molti professori sono stati progressivamente trasformati in gestori di progetti, amministratori di budget e responsabili di una crescente mole di adempimenti burocratici — una deriva che non conviene a nessuno. I professori dovrebbero fare ciò per cui sono stati selezionati: insegnare, fare ricerca e formare nuove generazioni di studiosi. L’amministrazione dei fondi è invece il compito naturale delle strutture amministrative universitarie.

Competere con il mondo significa cambiare il sistema

L’Italia continua a perdere giovani ricercatori non soltanto perché investe meno della media europea, ma perché offre percorsi di carriera troppo frammentati, troppo incerti e troppo burocratici. Ogni anno il Paese investe nella formazione di migliaia di dottori di ricerca, salvo poi costringerne molti a cercare altrove quelle condizioni di stabilità e autonomia che dovrebbero trovare nelle università italiane.

La competitività internazionale non si costruisce aggiungendo nuovi bandi, nuove categorie contrattuali o nuovi livelli amministrativi. Si costruisce offrendo regole semplici, percorsi prevedibili e fiducia nei confronti dei giovani ricercatori.

La ricerca vive di idee, non di moduli da compilare. Ogni euro assorbito dalla burocrazia è un euro sottratto alla conoscenza; ogni contratto annuale che potrebbe essere un contratto pluriennale rappresenta una scelta organizzativa che rallenta il sistema; e ogni giovane ricercatore costretto a vivere nella precarietà è un investimento pubblico che rischia di produrre i suoi risultati in un altro Paese.

La riforma di cui l’università italiana ha bisogno non richiede soltanto più risorse. Richiede soprattutto il coraggio di semplificare, di restituire autonomia ai ricercatori e di costruire un sistema che premi il merito senza costringere un’intera generazione a vivere nell’incertezza.

 

Autori:

Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il PhD in Economia all’Università di Salerno con un percorso in co-tutela internazionale con l’University of Birmingham.

È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit e piattaforma indipendente che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno di EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e sviluppo di progetti scientifici orientati all’innovazione e alla collaborazione internazionale tra giovani studiosi.

Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, economia politica e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea e all’impatto delle nuove tecnologie sugli equilibri strategici internazionali.

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