La precarietà nella ricerca non è inevitabile: è una scelta organizzativa

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Non basta chiedere più fondi: bisogna smettere di sprecarli

Quando si parla di università e ricerca, la discussione finisce quasi sempre nello stesso punto: servono più finanziamenti. È vero, soprattutto in un Paese come l’Italia, che investe meno di molti partner europei. Ma questa risposta, da sola, è ormai insufficiente. Prima ancora di chiedere nuove risorse, bisognerebbe domandarsi come vengono utilizzate quelle già disponibili.

Il problema della ricerca italiana non è soltanto la dimensione della torta, ma il modo in cui viene tagliata. Immaginiamo che il sistema disponga di cento euro da destinare al lavoro di un ricercatore per un certo numero di anni. Quei cento euro possono essere divisi in dieci piccole fette, attraverso contratti brevi, bandi separati, rinnovi continui e procedure differenti. Oppure possono essere concentrati in una o due fette più grandi, offrendo un contratto di cinque o sei anni, con obiettivi chiari e una prospettiva stabile.

La quantità complessiva di denaro resta la stessa; ciò che cambia è il costo necessario per distribuirla.

Ogni contratto annuale non comporta soltanto il pagamento dello stipendio del ricercatore. Richiede la preparazione di un bando, la verifica dei requisiti, la pubblicazione della procedura, la raccolta delle candidature, il lavoro di una commissione, la produzione di verbali, controlli amministrativi, firme, rendicontazioni e, spesso, una nuova procedura pochi mesi dopo. Tutto questo ha un costo — un costo che non appare sempre direttamente nel bilancio del progetto, ma che viene comunque pagato dall’università e, quindi, dal sistema pubblico.

Se la stessa persona viene finanziata per sei anni attraverso sei contratti consecutivi, l’università deve gestire sei procedure invece di una. Deve impiegare personale amministrativo, docenti nelle commissioni, uffici legali e strutture contabili per ripetere attività molto simili. Il ricercatore, nel frattempo, deve interrompere il proprio lavoro per preparare nuove candidature, raccogliere documenti, attendere esiti e convivere con il rischio che una ricerca già avviata venga interrotta per ragioni puramente burocratiche.

La frammentazione, quindi, non riduce i costi: li moltiplica.

Fette più grandi significano meno burocrazia

Dividere la torta in fette più grandi non significa spendere di più. Significa spendere meglio. Un contratto pluriennale può costare quanto una successione di contratti brevi, ma evita la duplicazione delle procedure e permette di utilizzare meglio il personale amministrativo. Invece di gestire decine di micro-bandi, gli uffici universitari potrebbero concentrarsi su un numero ridotto di procedure, più solide, trasparenti e facilmente controllabili.

La semplificazione produrrebbe un risparmio diretto e uno indiretto. Il primo deriverebbe dalla riduzione di bandi, commissioni, verifiche e rendicontazioni ripetute; il secondo, ancora più importante, dal tempo restituito ai ricercatori, ai professori e agli uffici amministrativi.

Oggi una parte significativa delle risorse universitarie viene utilizzata per gestire la complessità creata dal sistema stesso. Quando aumentano le tipologie contrattuali, aumentano anche le regole da interpretare, i controlli da effettuare, le scadenze da rispettare e i casi particolari da risolvere, costringendo l’università ad assumere o destinare personale amministrativo alla gestione di procedure che potrebbero essere drasticamente ridotte.

I contratti brevi, dunque, non costano soltanto al ricercatore in termini di incertezza personale: costano anche all’ateneo, che deve costruire una macchina amministrativa sempre più grande per sostenere una frammentazione che non produce più ricerca. Ogni ora impiegata per predisporre l’ennesimo bando è un’ora sottratta ad attività più utili; ogni figura amministrativa assorbita dalla gestione di decine di formule contrattuali è una risorsa che non viene utilizzata per facilitare davvero la ricerca, l’internazionalizzazione o la progettazione scientifica.

La moltiplicazione delle forme contrattuali viene spesso presentata come flessibilità. In realtà, il più delle volte è soltanto disordine istituzionale: avere più contratti, più programmi e più procedure non significa offrire più opportunità, ma rendere il sistema meno leggibile, più costoso e più dipendente da competenze burocratiche che nulla hanno a che fare con la qualità scientifica.

La vera riforma a costo quasi zero sarebbe, dunque, semplice: meno contratti, ma più lunghi; meno bandi, ma meglio finanziati; meno procedure, ma più trasparenti. Se una risorsa è disponibile per sostenere un ricercatore per cinque o sei anni, deve essere trasformata in una posizione di durata equivalente: non esiste una ragione economica seria per spezzare artificialmente quel percorso in una sequenza di scadenze annuali.

La precarietà non nasce sempre dalla mancanza di denaro. In molti casi nasce dalla decisione di dividere male la torta.

Quando cresce la burocrazia, cresce anche il suo costo

Un’ultima riflessione riguarda la struttura stessa delle università. Sarebbe utile interrogarsi su come sia evoluto, negli ultimi anni, il rapporto tra personale amministrativo e personale dedicato alla ricerca e alla didattica. Se la continua proliferazione di bandi, procedure e tipologie contrattuali richiede un numero sempre maggiore di figure amministrative per essere gestita, è legittimo chiedersi se il sistema non stia progressivamente spostando risorse dalla produzione di conoscenza alla gestione della burocrazia.

L’obiettivo di un’università non dovrebbe essere alimentare una macchina amministrativa sempre più complessa, ma mettere ricercatori e docenti nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio lavoro. Ogni adempimento burocratico aggiuntivo ha un costo, ed è la collettività a sostenerlo. Prima di chiedere nuovi finanziamenti, sarebbe quindi opportuno verificare se quelli già disponibili vengano destinati prevalentemente alla ricerca o, come accade sempre più spesso, al funzionamento di un apparato amministrativo diventato eccessivamente articolato.

 

Autori:

Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di economia internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito il PhD in Economia all’Università di Salerno con un percorso in co-tutela internazionale con l’University of Birmingham.

È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), ente no profit e piattaforma indipendente che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno di EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e sviluppo di progetti scientifici orientati all’innovazione e alla collaborazione internazionale tra giovani studiosi.

Linda Rotondo è analista presso lo European Youth Think Tank (EYTT) e si occupa di sicurezza internazionale, economia politica e questioni strategiche europee. I suoi interessi di ricerca includono geopolitica e governance internazionale, con particolare attenzione alle sfide emergenti per la sicurezza europea e all’impatto delle nuove tecnologie sugli equilibri strategici internazionali.