L’Italia e il Paradosso dell’Indice di Sostenibilità S2

Ma chi dice che il rapporto debito/Pil sia l'unico supremo ed infallibile indicatore per la sostenibilità del debito di un Paese? Cambiando punto di vista, infatti, le cose mutano drasticamente. Con il Fiscal sustainability report 2012, la Commissione Europea ha elaborato un nuovo indicatore: l’indice di sostenibilità S2. A differenza del precedente, questo indicatore tiene in considerazione altre variabili quali il flusso degli avanzi primari futuri (una delle nostre specialità, abbiamo all’attivo ben 10 anni di avanzi primari), il flusso degli interessi attesi, nonché le spese legate alla demografia. In parole povere l'indice S2 fa riferimento alla sostenibilità dei conti pubblici anche in relazione alle spese previste su pensioni e sanità. 

Questo indice non è il coniglio che la Commissione Europea, alzandosi una mattina, ha magicamente sfoderato dal cappello. La "sostenibilità" dello sviluppo della crescita è infatti un principio cardine del Trattato sull'Unione Europea. Non da sempre, però. Non ce n'era traccia nel Trattato originario del 1957, ma solo in quello di Lisbona del 2009 che recita all'art. 3 comma 3: "L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello e tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente". La ragione della recente evoluzione normativa risiede nel semplice fatto che solo Paesi culturalmente ed economicamente avanzati, con un elevato grado di sviluppo, possono permettersi di elaborare ragionamenti giuridicamente così maturi. Maturità che negli anni '60 l'Europa non aveva, tant'è che se guardata dall'alto probabilmente non sarebbe stata molto diversa dalla Cina di oggi.