Soylent, il Pasto Pit-Stop

Altri aspetti di questo drink vengono presentati nello stesso video. Uno di questi è il minor consumo di risorse per trasportare cibo da un continente all’altro: Soylent potrebbe quindi, nella sua brutale artificialità, diventare una bevanda a chilometro zero in tutto il mondo, contribuendo alla riduzione dei gas serra emessi da camion e navi merci. Potrebbe fornire una fonte di approvigionamento facile da trasportare nei luoghi in cui ce n’è bisogno, rendendo il tutto piú efficiente. Potrebbe, infine, ridurre l’inquinamento dovuto al trattamento dei reflui, dal momento che (e non vogliamo investigare oltre) tutto il contenuto di Soylent è trattenuto dall’organismo, perché in questo milkshake non c’è nulla di cui il corpo non abbia bisogno.

Ci sono alcuni tratti spaventosi in tutta la vicenda, il primo dei quali è l’origine del nome Soylent: viene infatti da un film post-apocalittico degli anni ’70, in cui la popolazione umana si nutre di Soylent Green, un alimento in scatola che si scopre infine essere prodotto con carne umana (Rob Rhinehart ha comunque affermato che il nome fa riferimento al libro cui il film è ispirato, in cui Soylent è effettivamente fatto con soia e lenticchie).

Il secondo è il riscontro che finora Rhinehart e i suoi hanno avuto: la loro campagna di crowdfunding ha ricevuto ben un milione di dollari in pre-ordini, sintomo che c’è un mucchio di entusiasti là fuori che non vede l’ora di dire addio alle gioie e dolori di doversi cucinare qualcosa ogni giorno.