Digitale, sostenibile e desiderosa di imparare, il ruolo della Gen Z nell’alimentare la ripresa economica

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Stiamo aspettando con ansia la vaccinazione di massa per poter vedere la luce in fondo al tunnel della pandemia, ma dal punto di vista della ripresa economica la strada sarà ancora lunga. Tutti abbiamo bisogno di una ripresa rapida, dato che la produzione persa a causa del COVID-19 si aggira intorno ai 28 trilioni di dollari[1], e si prevede che la perdita di posti di lavoro a livello globale sia compresa tra i cinque e i 25 milioni[2]. I giovani sono particolarmente colpiti: più di 6,4 milioni di 15-24enni hanno perso il lavoro nei Paesi del G7 solo nella prima metà del 2020[3].

Da dove ripartire quindi? C’è un elemento da considerare: le aziende che sono riuscite a mantenere il proprio business durante la crisi sono quelle che hanno abbracciato il digitale. Il loro successo è derivato da una capacità di reagire e adattarsi ad ambienti in rapido cambiamento, scegliendo appunto nuove modalità e accelerando sulla trasformazione digitale.

Allo stesso tempo, c’è una maggiore attenzione nel fare in modo che qualsiasi cosa nuova sia pensata e costruita in modo più sostenibile. Gli studi suggeriscono che il cambiamento climatico può effettivamente favorire la proliferazione delle pandemie, ma un articolo di McKinsey&Co sottolinea che “una ripresa a basse emissioni di carbonio potrebbe non solo portare significative riduzioni delle emissioni necessarie per contrastare il cambiamento climatico, ma anche creare più posti di lavoro di quanto farebbe una ripresa ad alte emissioni di carbonio”.

Quindi, da un lato abbiamo il potenziale per una ripresa economica più sostenibile alimentata dal digitale; dall’altro, abbiamo tassi di disoccupazione terribilmente alti tra le giovani generazioni. È chiaro che dobbiamo affrontare il secondo aspetto se vogliamo raggiungere il primo, perché se c’è una cosa che non si vuole quando si cerca di accelerare la crescita, è la mancanza di persone con le giuste competenze.

Una generazione di esploratori, studenti e innovatori per necessità

Detto in altro modo, l’unica via per la ripresa economica globale nell’era digitale è l’impiego delle conoscenze, delle competenze e delle abilità delle giovani generazioni.

Non c’è mai stato un momento migliore per portarle in azienda. Secondo una recente ricerca VMware[4], tre quarti dei giovani tra i 18 e i 24 anni, o Generazione Z, si identificano come “digitalmente curiosi” o “esploratori digitali”. Sono cresciuti con la tecnologia, ma c’è di più: cercano attivamente di imparare e sviluppare le loro conoscenze. Globalmente, il 60% dei ragazzi in Europa (e il 56% in Italia) pensa che ciascuno sia responsabile in prima persona delle proprie competenze digitali, rispetto ad esempio al 23% (13% in Italia) che si aspetta che sia compito delle aziende.

Dato che il ritmo del cambiamento nel business continuerà ad accelerare, il talento naturale che la Gen Z ha per imparare e adattarsi “al momento” è inestimabile. Molto di quello che facciamo ora non esisteva neanche dieci anni fa. Pensiamo allo sviluppo dei vaccini – non molto tempo fa ci voleva un decennio per svilupparne uno. Ora siamo a un punto in cui il vaccino Pfizer BioNTech per il COVID-19 può essere sviluppato e certificato in pochi mesi, grazie in parte a una stampante di DNA. Questo ritmo impressionante riguarda anche la trasformazione del mondo del lavoro: un rapporto ha suggerito che l’85% dei lavori che gli studenti di oggi avranno nel 2030 non sono ancora stati inventati[5].

Inoltre, questa generazione digitalmente curiosa sta già dimostrando una forte fedeltà a prodotti e marchi sostenibili ed etici. il 47% (il 41% in Italia) è disposto a pagare di più per beni e servizi di un rivenditore che dimostri il suo impegno per essere carbon neutral. Le giovani generazioni sembrano essere più in sintonia con le pressioni sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico che il mondo sta affrontando. Non è sorprendente se pensiamo che saranno loro a doverne affrontare le conseguenze.

Eppure, c’è il rischio che la Gen Z possa essere trascurata: con le assunzioni ferme e molti contratti in stage a causa delle preoccupazioni economiche, i giovani stanno affrontando una strada in salita anche solo per “mettere un piede nella porta” delle aziende.

Questo rappresenta un rischio per le organizzazioni. In primo luogo, perché se non dai a qualcuno un’opportunità, è probabile che la trovi da qualche altra parte, magari da un concorrente, portando quindi altrove l’attitudine per l’apprendimento, la passione per un approccio più sostenibile al business e la conoscenza digitale.

In secondo luogo, se non si prendono provvedimenti per coinvolgere i talenti del prossimo futuro, anche se non sono i talenti del momento, ci si potrebbe ritrovare con un enorme vuoto di competenze, che sarà molto costoso da colmare.

Non pensando a lungo termine, le aziende possono seriamente mettere in discussione la possibilità di successo in futuro. Ma come si può assumere qualcuno per ruoli che ancora non esistono? Comprendendo che i lavori, come le persone, evolvono nel tempo. Se un’azienda ha una posizione che pensa possa essere molto diversa tra qualche anno, probabilmente ha senso occuparla con qualcuno con l’attitudine all’apprendimento, in modo che possa sviluppare le competenze nel tempo, in modo che sia lui che il ruolo evolvano in modo incrementale. Il tutto in modo che soddisfi le esigenze del business.

Inoltre, non bisogna sottovalutare il modo diverso di pensare che un giovane può portare in un’organizzazione, la prospettiva fresca che ogni nuova generazione di lavoratori porta con sé. Nel caso della Gen Z, la differenza è il radicamento nella vita digitale: mentre i millennial sono entrati a far parte della forza lavoro quando i datori di lavoro si stavano chiedendo se gli approcci digitali fossero davvero necessari, la Gen Z sta raggiungendo l’età lavorativa in un momento in cui è opinione di tutti che il digitale sia un imperativo.

Un percorso non sfruttato per una ripresa sostenibile

La generazione Z rappresenta una enorme opportunità non ancora sfruttata; c’è anche il pericolo significativo che le sfide economiche a breve termine li lascino ignorati proprio dalle aziende che ne hanno più bisogno. Se un’azienda riesce a coinvolgere i più abili non solo nell’uso della tecnologia, ma anche nel trovare nuovi modi per farla funzionare, non solo vedrà dei guadagni a breve termine, ma sarà in una posizione molto più forte per avere successo nel prossimo decennio. Assumendo una visione strategica a lungo termine, con un pool di talenti giovani e competenti in materia di tecnologia disponibili per l’assunzione, è auspicabile vedere una ripresa economica più forte e una crescita sostenibile all’indomani della pandemia.

Joe Baguley, VP & CTO VMware EMEA

[1] https://www.theguardian.com/business/2020/oct/13/imf-covid-cost-world-economic-outlook

[2] https://www.worldfuturecouncil.org/covid19-what-about-us/

[3] https://www.reuters.com/article/uk-health-coronavirus-gen-z-economy-grap-idUKKBN28Y0MU

[4] La ricerca Digital Frontiers – The Heightened Customer Battleground è stata condotta tramite un sondaggio online, commissionato da VMware, su 6.109 consumatori in 5 Paesi: Regno Unito (2.069 intervistati), Francia (1.028), Germania (1.005), Italia (1.004) e Spagna (1.003). In questo sondaggio, ai consumatori è stato chiesto di valutare le loro esperienze digitali in cinque settori: vendita al dettaglio, sanità, servizi finanziari, istruzione e governo (locale e nazionale). YouGov ha condotto il sondaggio tra novembre 2020 e gennaio 2021

[5] https://www.theguardian.com/business/2020/oct/13/imf-covid-cost-world-economic-outlook