Dalla Sardegna al Tg1, Annapaola Ricci si Racconta per i Nostri Lettori

Montanelli affermava di essere "un testimone del suo tempo", come definiresti la tua persona rispetto alla professione?

Posso serenamente riciclare la definizione di Montanelli.

Cosa pensi della crisi dei cartacei che sono stati "spazzati via" da un forte incremento di testate giornalistiche o blog online e, soprattutto, qual è la chiave di successo della TV che resta uno dei media preferiti dagli italiani?

Resto molto scettica sui blog e sull’adorazione di cui godono certi blogger. Il giornalismo online mi insospettisce e deve essere sempre preso con le pinze,  le bufale viaggiano a velocità quadruplicata e molte notizie sono anonime. Non lasciamoci sviare dalla facilità di fruizione del mezzo. Chi sceglie le informazioni da dare? Chi o che cosa c’è dietro una certa firma o un certo sito? In questo, la carta stampata è più trasparente. C’è una gerenza, ci sono nomi e cognomi. Per quanto riguarda la TV, non so fino a che punto resti ancora uno dei media preferiti dagli Italiani. Di sicuro, resta il traguardo principale per i giovani giornalisti: sembra che per le nuove leve o vai a fare il giornalista in TV, o è meglio darsi all’ippica. Se poi non sai incrociare due congiuntivi, sono dettagli.

Infine, ci racconti un episodio che ha avuto una forte influenza sulla tua carriera?

Ricordo uno stage in una grossa radio nazionale che aveva sede a Milano. Tre mesi in cui a mala pena scambiai due sillabe col direttore. Alcuni capiredattori mi erano dichiaratamente ostili, per firmare qualcosa dovetti aspettare che se ne andassero in ferie. Eppure lì imparai a nuotare nell’acqua alta. Fu l’estate del G8 di Genova e delle Torri Gemelle. Ho percepito l’adrenalina di lavorare ”dentro” la storia, ma anche la frustrazione di vedere altre stagiste che – nonostante il fitto lavoro di quei giorni -  vennero preferite a me e ricevettero contratti autunnali, una venne proprio assunta. Eppure non mi sono persa d’animo. Mi è dispiaciuto lasciare Milano, ma pagavo due affitti, uno nella città meneghina e uno a Roma. Ho continuato a mandare curriculum e a insistere nella Capitale, non mi sono tirata indietro quando mi hanno proposto uffici stampa minori e collaborazioni locali. Con la faccia tosta di pretendere sempre il giusto pagamento per le mie fatiche. Ogni tanto mi chiedo cosa sarebbe accaduto di me se io fossi rimasta a Milano, poi accendo la radio, vado su quella stazione e gli stessi giornalisti sono ancora lì. Da anni e anni. Una di loro, che credevo amica, si è anche permessa su un social network di ironizzare sul Tg1. Ho capito che, come dicono a Roma, aveva sempre “rosicato” sulla sorte dell’ex stagista  mai considerata “collega”. Che dire? Alla faccia loro, mi è andata bene.