La neutralità è una strategia di perseguimento dei propri obiettivi che permette di non dissipare risorse materiali ed emotive nel confronto “a fuoco”, e di non compromettere relazioni con soggetti con cui non si ha intenzione di “tagliare i ponti” per sempre. All’interno di organizzazioni fortemente multiculturali (le multinazionali) la neutralità, ad esempio rispetto a temi sensibili (come gli orientamenti sessuali, ideologici e politici) serve anche a garantirne la coesione interna.
C’è di più, la neutralità, se accompagnata da un posizionamento interessante (geografico, istituzionale, relazionale) può essere una strategia parecchio redditizia: rende la nostra cooperazione, o per lo meno il nostro laissez faire, un bene prezioso, soggetto ad un mercanteggiare costante.
Perché a dirla tutta la neutralità è raramente la conseguenza di una convinzione intima, o di un principio etico indiscutibile. Raramente comporta il “non far parte del mondo”, quasi sempre è una posizione “da uomini di mondo”. La neutralità, sta in mezzo, e ha entrambi i fianchi scoperti. Ma non per questo perde il suo fascino, e il suo potere.
