E ora guardando al futuro?
"Noi abbiamo idee nuove per l'entertainment in un sistema che oggi in Italia non funziona. Esistono moltissimi intermediari e al contrario pochi players interessati a investire sul lungo periodo. C'è la figura dell'agente standard che troppo spesso gestisce l'artista non come un asset ma come uno strumento da vendere al proprio cliente, nel caso specifico il locale. Invece il sistema a nostro modo di vedere si dovrebbe configurare come un triangolo tra artista, intermediario e pubblico, il tutto in un'ottica spiccatamente manageriale e con un'interazione costante tra le parti. Per cui l'agenzia o il professionista che cura il proprio artista, come accade in America, dovrebbe pensare a far crescere e valorizzare il proprio asset, comportarsi in maniera corretta e professionale nei confronti del cliente e ovviamente ragionare su come produrre utili".
Voi come avete approcciato da giovani studenti un mondo di professionisti già affermato?
"E' difficile, ma anche necessario e fondamentale per farsi le ossa. Quando ti rendi conto di avere un potenziale in mano non devi vendere, dare percentuali o delegare. Noi abbiamo agito in prima persona senza esternalizzare nulla e giocandocela a viso aperto. Forse all'inizio abbiamo perso qualcosa ma alla lunga abbiamo acquisito esperienza e competenza. Il concetto è che non esistono scorciatoie: bisogna investire tante idee, tempo e passione. Il vantaggio dell'essere giovane è conoscere in prima persona un contesto di coetanei che i media tradizionali e le major stanno iniziando a capire e prendere in considerazione solo ora".
