Visioni Cinesi (d’Europa): Tra Austerità, Riforme strutturali, e Unione Finanziaria dell’Eurozona

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L'apertura dell'Italia agli investimenti e i bassi costi l'hanno resa la seconda meta degli investimenti cinesi dopo la Gran Bretagna: 3 miliardi di euro sono fluiti in aziende italiane lo scorso anno; il 2015 ha salutato la partecipazione di ChemChina in Pirelli, un maxi affare da 7 miliardi di euro. Ricordiamo poi l'ingresso della People's Bank of China in Eni, Enel, Fca, Telecom Italia, Prysmian, Generali, e l'acquisizione di brand  non limitati ai settori “convenzionali”, ma anche big dell'industria, dell'energia, delle telecomunicazioni, delle infrastrutture.

Intanto l'esclusivo China Entrapreneurs Club è in tour in Italia: sono 47 maggiori imprenditori cinesi, le cui società hanno contribuito al Pil cinese per 2mila miliardi di dollari. Il presidente del club, Ma Weihua, ha lodato le riforme di Renzi e ribadito l'intenzione di aprire importanti partnership con aziende italiane: sono le nostre PMI il focus dei portafogli cinesi, perché possiedono quell'arte di fare impresa, attenta all'innovazione, da cui la Cina deve imparare.

Nel 2013 si è iniziato a parlare di un accordo comune sugli investimenti, contemplato nella “EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation”: la frammentazione dei 27 accordi bilaterali esistenti è sempre più insostenibile; l'accordo favorirebbe l'aumento degli IDE cinesi in Europa, appena l'1,5% del totale. In questo scenario, soltanto la convergenza nell'UE eviterà che si facciano soltanto gli interessi cinesi. Non a caso l'ultimo appello di Zhang, ben consapevole della preoccupazione europea, fa riferimento all'esigenza di superare lo “strategic mistrust” tra Pechino e Bruxelles.