Cina, Via alla “Proprietà Mista” delle State-Owned Enterprises

4 La partecipazione del capitale privato è fondamentale per consolidare questi enormi gruppi industriali e migliorare la loro situazione finanziaria: Sinopec, uno dei giganti nazionali del petrolio, ha annunciato che venderà la maggior parte delle sue catene alberghiere  e oltre 4.000 concessionarie di automobili.  La proprietà mista è segnalata dalla Xinhua come la riforma più significativa, con diversi tipi di investitori che verranno gradualmente incoraggiati a entrare nel settore pubblico; le imprese private potranno comprare azioni e bond convertibili, si sperimenterà la vendita azioni agli impiegati e così via. La presenza di attori non statali, oltre a portare liquidità, è mirata a migliorare la corporate governance: infatti si accoglieranno sempre più manager professionisti rispetto ai funzionari statali, e i salari dovranno essere in linea col mercato e basati sulla performance aziendale.

La supervisione sui beni statali rimane però un punto fermo. Secondo la Xinhua, essa è volta a migliorare la sicurezza e prevenire perdite e abusi di potere. Per questo andrà migliorato il meccanismo di accountability, ma sempre deciso e regolato dallo Stato, l’unico con il potere di sanzionare la corruzione. L’intervento delle agenzie governative dovrebbe essere vietato nella gestione e il ruolo della SASAC dovrebbe limitarsi alla supervisione e alla gestione di alcune compagnie strategiche, ma il suo nuovo status è ancora da definire. Ha ragione il Financial Times quando afferma che la riforma delle SOE si svolgerà all’insegna del compromesso, in una Cina dove Stato e mercato coesistono in un delicato equilibrio. Già nel 2013 si invocava un “ruolo più deciso del mercato” nell’allocazione delle risorse, preservando però il “ruolo dominante del settore statale”. Suona strano? Forse, ma certo la linea che si sta seguendo è quella di promuovere la competitività e efficienza delle SOE senza ricadere nella privatizzazione totale.

La privatizzazione parziale si svolgerà molto lentamente per evitare che lo Stato perda ricchezze, ovvero le svenda sul mercato. Secondo quanto riportato dalla Xinhua, il governo mira a “coltivare una spina dorsale di numerose SOE, con capacità innovativa e competitive a livello internazionale”. Le aziende strategiche (trasporti, telecomunicazioni, energia), rimarranno saldamente in mano allo Stato e potranno subire soltanto privatizzazioni limitate.  Petrolio, gas, elettrico, ferrovie e telecomunicazioni sono stati invece identificati come settori suscettibili per la proprietà mista.

Il consolidamento, che dovrebbe ridurre a 40 le SOE amministrate dal governo centrale, è necessario per migliore allocazione risorse ed eliminare gli sprechi, attraverso operazioni di M&A (fusioni e acquisizioni). Si veda la maxi fusione tra le due maggiori società produttrici di treni a inizio anno. Reuters ha rivelato la potenziale fusione delle due maggiori produttrici di alluminio, State Power Investment Corp e Chinalco. Candidate anche, secondo l’agenzia di stampa, le due maggiori costruttrici di reattori nucleari, China National Nuclear Corp (CNNC) e China General Nuclear Power Corp – sebbene il presidente di CNNC abbia smentito – e i giganti del siderurgico Baosteel e Wuhan Iron and Steel. L’interrogativo maggiore riguarda i necessari tagli all’enorme capacità produttiva in eccesso in questi settori e i costi di fusione: Jiang Feitao, dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, auspica una ristrutturazione guidata dal mercato, non spinta dall’alto, per migliorare l’efficienza del settore siderurgico.

Per la leadership di Xi Jinping, la lotta al clientelismo è lo strumento di una nuova legittimazione politica, fondamentale per gestire la transizione verso un modello economico più maturo. La sfida è il superamento del “modello Chongqing”  (il nome deriva dalla provincia amministrata da Bo Xilai) e la creazione di un legame virtuoso tra Stato e mercato, con normali condizioni concorrenziali. Per Francesco Sisci, si tratta di una modificazione profonda nella “cultura del business” cinese, che richiederà anche un certo grado di amnistia per i manager privati coinvolti nei casi di corruzione per non bloccare l’economia, data la profonda integrazione tra settore statale e privato. Infatti, i manager dovranno essere l’ossatura della privatizzazione, manageriale e finanziaria, di cui la Cina ha disperatamente bisogno. D’altra parte i funzionari, abituati a agire in cambio di bustarelle, sono scoraggiati dalla campagna punitiva del presidente:  la sfida è quella di convincerli ad essere efficienti nel nuovo ordine. Sisci scrive che le pratiche opache proibite nell’industria sono state riversate nei mercati finanziari attraverso strumenti come lo shadow banking e che il primo crack estivo della borsa può essere letto come una speculazione per spaventare Xi Jinping. La questione è quanto mai delicata.

Rimangono perplessità che il sistema possa cambiare attraverso riforme incrementali. Per Fred Hu, ex general manager di Goldman Sachs Asia-Pacific, la competizione equa non potrà mai esistere finché esisteranno le SOE. L’influente economista Liu Shengjun su Weibo si è espresso di recente a favore della privatizzazione, denunciando i “crony capitalists”. Finché la maggioranza nelle SOE sarà dello stato, secondo Liu, i privati non avranno potere decisionale e gli investitori rimarranno scettici sul ritorno degli investimenti. Scettico sulla riforma è anche Scott Cendrowski, su Fortune: fino a quando esisterà il partito, finché le imprese locali gestiranno giornali e altre “vestigia dell’economia sovietica”, le esigenze del mercato non verranno mai per prime.

Del resto, è irrealistico pretendere che il Partito abbandoni ideologicamente la proprietà collettiva per lanciarsi nella privatizzazione totale: significherebbe la fine della sua legittimità storica e del suo potere. Inoltre, non dimentichiamo che l’efficienza comincia davvero ad interessare ad aziende che sono entrate a pieno titolo fra i colossi mondiali e affrontano la competizione globale!

Se le SOE saranno lasciate fallire rimane un interrogativo. In passato molti fantasmi sono stati mantenuti vivi con iniezioni di liquidità. Il debito (282% del PIL) è uno dei problemi strutturali più preoccupanti nell’economia cinese a partire dalla crisi dei mutui subprime americani nel 2008 e le SOE nel 2013 avevano accumulato un rapporto tra debito e patrimonio netto pari a circa il 200%, 60 punti percentuali in più dal 2007; al contrario, il leverage delle imprese private e straniere è diminuito. E’ di pochi giorni fa la notizia che il gruppo Erzhong, produttore di macchinari pesanti, ha annunciato un default potenziale dopo essere stato denunciato da un creditore.  L’unico default precedente è finora Baoding Tianwei, produttore di equipaggiamenti nel settore dell’energia, che non era riuscito a pagare un bond nazionale di 85,5 milioni di yuan ad aprile. I fallimenti come questo sono visti come positivi, perché rappresentano un cambio di rotta del governo verso il rischio finanziario.

E’ positivo che la riforma ponga un enfasi sulla quotazione in borsa e sulle IPO, come evidenziato dal Financial Times: tutti gli asset possibili dovranno essere quotati, non soltanto quelli più redditizi. Ciò incoraggerà le aziende a migliorare la performance di alcuni asset o a disfarsene. Un esempio viene dalla Citic, che lo scorso anno ha immesso 37 miliardi di dollari di beni non quotati in una sussidiaria di Hong Kong. Nel 2014 il ritorno di capitale delle SOE era al 4.6%, contro il 9.1% del settore privato. Secondo una fonte governativa intervistata dal giornale americano, la proprietà mista e le IPO rappresentano un significativo “disinvestimento” da parte dello Stato. E’ già qualcosa …