Ecco. Il momento dello scarto. Perché a un certo punto, dopo tutti loro, arrivi tu. Sai già come andrà. Tu stessa fatichi a comprarti qualcosa che ti piaccia per più di dieci minuti, non ci si può aspettare che qualcun altro azzecchi contemporaneamente i tuoi gusti e le tue necessità. Hai patteggiato con la nonna l'intramontabile bustarella dopo anni di vestitini di velluto e camicette a fantasia scozzese, tutti gli altri però sembrano indissolubilmente legati alla tradizione del pacco e rifiutano categoricamente l'impersonale mazzetta. Così ti tocca scartare. Mentre lo fai il tuo cuore batte all'impazzata. No, non è emozione. Ti stai semplicemente chiedendo se anche stavolta riuscirai a fingere in modo credibile. Intercetti lo sguardo della zia di quinto grado di cui fino all'anno prima ignoravi l'esistenza e procedi molto lentamente, sperando di intravedere di cosa si tratti in modo da prepararti alla reazione migliore. Il dubbio è sempre tra:
-Nooo, non ci credo! Tu sei pazza/o! Nel caso in cui il regalo, pur orribile, sembri costoso. Esempio tipo: medaglione in argento battuto con faccia di Luigi XIV che più che al tuo collo starebbe benissimo sul frontespizio di una bara.
-Pazzesco, ti giuro che lo cerco da mesi! Nel caso in cui il regalo, pur orribile, sia qualcosa di plausibilmente difficile da trovare. Esempio tipo: pigiama di pile con orsacchiotti sorridenti alternati a scritte "dolce notte" in tutte le lingue del mondo, da cui deduci che la zia non solo non sa che non indossi pigiami ma neanche quanti anni in più tu abbia rispetto all'ultima volta in cui ti ha visto.
-Bellissimo, mi hai anche azzeccato la taglia! Ecco, questo è sconsigliabile, perché c'è il rischio che la zia risponda entusiasta con il temibile “provalo subito”. Al che lo provi, fai una breve passerella davanti ai parenti e tirando fuori la fashion blogger che c'è in te ne fai anche una breve descrizione. "Wow, che grazioso pullover in macramè e cachemire misto alpaca con queste originali fantasie patchwork in rosa cipria e verde iguana e -oh! Non l'avevo notato, un inaspettato fiocco di neve in strass e perline proprio al centro della schiena!", dici. "O ci ha vomitato sopra un unicorno sotto anfetamine o non capisco", pensi. E ti siedi, consapevole che dovrai tenerlo addosso per il resto della serata.
Ma l’obbligo a utilizzare cose tremende regalate da persone che non ti conoscono è niente in confronto al clima dittatoriale che avvolge la cena del 24. In realtà ho sentito dire che festeggiare la sera del 24 è da terroni mentre il pranzo del 25 è da padania libera. Io non discrimino: li subisco entrambi. Ogni anno lo stesso menù di otto portate. Ogni anno le devi mangiare tutte e otto o la nonna ti farà rivivere ciò che lei ha provato durante l’assolutismo nazista. Ogni anno ti senti male già dopo l’antipasto ma sai che devi fingere di avere moltissima fame fino all’ultima goccia di mascarpone. Ogni anno ti chiedi perché si metta la gelatina sulla trota visto che la scartano tutti. Ogni anno immagini la trota divincolarsi schifata sotto quel letto viscido e gelido. Ma forse sono tradizione anche l’urto di vomito, lo scarto della gelatina e la sofferenza della trota. Sei molto vicina alla trota, entrambe vi sacrificate in nome di qualcosa che non capite.
Sarà che il natale è la festa della famiglia. E se la tua è una di quelle che a colazione si lancia pancake in modo acrobatico e che passa la domenica pomeriggio tutti insieme al Fiordaliso magari ti piace anche. Se invece è incasinata, allargata, spezzata, se la mattina l'unica cosa che lanci è la sveglia e anche impegnandoti per salutare tua madre riesci soltanto a emettere un grugnito di disappunto, magari un po' meno. Magari è solo invidia, per tutte quelle foto pubblicate con orgoglio sui social con alberi perfetti in saloni perfetti e seduta sul divano perfetto la famiglia perfetta. Che poi magari mezza provincia sa che la madre se la fa con il personal trainer e il padre con la commessa di Zara ma fa niente. L'importante è posare perfettamente per mostrare quanto il loro sia il natale perfetto. E beati voi. Sì, magari è solo invidia per tutta questa perfezione. O magari è che vorrei vedere l’umanità iniziare a regalarsi qualcosa di diverso, ad esempio il coraggio di essere imperfetta.
Impacchettato in profumeria, chiaramente.
