La Voce del Reporter: Intervista a Domenico Quirico

Alla luce della rivoluzione digitale quale è diventato il ruolo della carta stampata?

 Chi crede che la carta stampata piaccia solo ai novantenni sbaglia. Nella scrittura ci sono elementi che nessuna tecnologia potrà sostituire: la scrittura racconta e spiega, e nulla lo può fare così bene. Nella cultura della rapidità in cui viviamo la qualità della scrittura giornalistica sta proprio nell'essere in ritardo sulla realtà. Io nel mio lavoro maneggio uno strumento tecnico -parole- che nel momento in cui le compongo sono già vecchie. Questo non è un limite, ma è il suo fascino. Questa è la vertigine della scrittura giornalistica, una tela che ogni giorno devo rifare, una magia della quale devo continuamente riscoprire le formule. Nelle redazioni il rapporto con il mondo ormai lo si ha solo dalla televisione costantemente accesa sintonizzata sui canali di informazione all-news, non c'è più una riflessione critica vera su ciò che succede come poteva esserci quando bisognava confrontarsi con l'inviato da mandare in una certa zona. Il reportage scritto intensifica il valore superficiale e breve veicolato dai servizi televisivi, confezionati in uno o due minuti secondo una matematica rigida.

giornale

I giornali spesso mostrano immagini violente, come vengono raccolte?

Una volta giornalisti inviati partivano insieme ai fotografi lavoravano sempre insieme. Io ho lavorato un paio di volte con un fotografo, ma ho capito che fotografia e scrittura sono due cose che spesso si elidono. Io arrivo in un posto senza turbare la realtà, mi ci immergo. Se vado in un luogo con la macchina fotografica il mondo diventa totalmente artificiale, la gente si comporta in modo innaturale, cerca di farsi scattare foto o minaccia il fotografo perché non le vuole. Tutto diventa finto. Io non posso lavorare accompagnato da un fotografo, l'oggetto macchina fotografica altera la realtà. Anche al giornale spesso mi propongono di portare telefoni satellitari che fanno filmini, ma sarebbe un rischio enorme perché nei posti dove sono stato se avessi dovuto tirare fuori un attrezzo del genere sarei morto nel giro di due minuti. Detto ciò i fotografi meritano comunque un rispetto straordinario perché la fotografia stessa obbliga la presenza fisica di chi la scatta. In Siria ho trovato più fotografi e video operatori che giornalisti perché per fare la foto bisogna essere nei luoghi, non basta arrivare al confine turco e stare lì a intervistare i profughi come fanno in molti.