La Voce del Reporter: Intervista a Domenico Quirico

 

Che differenza c’è tra il corrispondente estero da carta stampata e il reporter televisivo impegnati in zone instabili?

Il mio compito quando sono in viaggio non è quello di correre dietro all'istante, come per chi lavora in Tv, che ha l'obbligo della contemporaneità e deve mandare spesso immagini che mostrano l'immediata realtà. Oggi la maggior parte degli inviati televisivi spesso sono persone che lavorano per una settimana al desk esteri in redazione e poi vengono mandati per 2 o 3 giorni a fare brevi collegamenti live dalle zone che interessano di più, spesso si accontentano di intervistare il tassista o il receptionist dell’albergo dove dormono e confezionano il pezzo il più in fretta possibile. Per me è diverso, io partecipo a un evento e so che fino al giorno dopo comunque ciò che ho visto non sarà sul giornale. Il mio rapporto con il tempo è sempre di sconfitta. Non ho la necessità di scrivere subito, che in una certa misura trovo inutile. L'impegno da parte mia è la ricerca della verità, senza accontentarmi.

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Quale è il valore aggiunto che il reportage può dare alla notizia? 

Ce ne sono molti. Il mio lavoro è creare commozione, io lavoro con la sofferenza umana. Il mio scopo è creare in chi legge la stessa commozione che ho provato attraversando la vita degli uomini. La commozione non è un fatto negativo come crediamo noi oggi, un indice di debolezza ma è il passaggio fondamentale dall'esperienza alla coscienza. È attraverso la creazione della commozione che io rendo consapevoli i pochi che mi leggono di quello che ho visto, attraversato e condiviso. La sofferenza umana è il più grande tesoro dell'umanità e su quella sofferenza attraverso un rapporto di lealtà con coloro che racconto e di condivisione della commozione con coloro che mi leggono nasce il valore aggiunto del reportage, del racconto: la testimonianza.