Memories, la Start Up del Ricordo (e del Riscatto): Intervista a Raffaele Sollecito

Tornando al presente. Questo progetto, oggi, rappresenta per te il mero incipit di una carriera lavorativa o una forma di riscatto, un iniziare a riprenderti ciò che ti è stato tolto?

"Decisamente entrambi. C’è da una parte la volontà di affrontare la realtà lavorativa, mi sono laureato in ingegneria informatica mica a caso. Dall’altra parte sì, è una forma di riscatto. Quello che più mi preme è però portare le persone a riflettere su una cosa. Io sono un sopravvissuto, uno che nonostante tutto ce l’ha fatta. Ma ci sono tanti altri, innocenti come me, che non ce la fanno. Che non hanno il supporto affettivo che ho avuto io, a cui non è stato dato credito, a cui sono mancati i nervi, i valori, l’educazione o qualsiasi altra risorsa a cui mi sono aggrappato in tutti questi anni. Riflettete su quelle persone: come vi sentireste se fosse un vostro parente o conoscente a finire in una simile rete senza che vi sia una punizione generale per chi ha sbagliato? Penso che sia assurdo vivere in un paese in cui ciò che è capitato a me non solo si risolva in un “va bè, abbiamo sbagliato, che vuoi farci, ti risarciamo”, ma possa davvero capitare a chiunque".

E in quel caso il risarcimento può poco.

"È un palliativo. Ma non potrà mai ridarti né gli anni di vita né l’equilibrio sociale. Il problema grave è che se un sistema che sbaglia non viene in qualche modo etichettato come inattendibile continuerà a sbagliare. O peggio, consapevole che non fronteggerà alcuna conseguenza si sentirà onnipotente, pienamente in diritto di abusare dei propri strumenti".

Oggi cosa prevale in te: la rabbia per ciò che è successo o il sentirti fortunato per esserne sopravvissuto?

"Rabbia no. Non ho mai provato rabbia né odio. Sono sentimenti che ti deteriorano. Se avessi avuto una predisposizione caratteriale al rancore non avrei sopportato tutto ciò che è successo e non sarei qui a parlarne con te oggi. La fortuna è una questione di equilibrio. Per quel tanto che mi è stato tolto, qualcosa mi è stato dato. O ridato. O me lo sto riprendendo".

Ma ti senti ancora in credito con la vita.

"Sì, decisamente in credito. Il fango che ho addosso è ancora tanto".

Cos’è che ti ha dato la forza di non crollare e al contempo la voglia di ricominciare con un progetto tanto ambizioso?

"Sicuramente mio padre, il mio vero punto di riferimento in tutti questi anni. È stato un supporto psicologico considerevole. E il sostegno delle persone, sia vicine che lontane. Mi hanno sostenuto in tanti, dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, da tutto il mondo. In questo sono stato fortunato".

Immagino ci fosse anche la consapevolezza di come fossero andate realmente le cose a darti la forza.

"Sì, quella sì. Anche se ti garantisco che quando ti trovi in condizioni di deterioramento fisico e psicologico, come quelle a cui l’isolamento o la massima sicurezza ti riducono, arrivi anche a dubitare dell’acqua che bevi. L’ambiente carcerario e le sue regole ti opprimono, ti deprimono e ti annullano, a un punto tale per cui la certezza della tua innocenza arriva ad essere un elemento secondario. Il tuo equilibrio si muove su fili molto fragili, puoi vedere la tua famiglia solo due ore a settimana. Quello che puoi cercare di fare è porti degli obiettivi, anche di brevissimo termine, che ti servano ad arrivare al giorno o alla settimana successiva senza perdere il contatto con la realtà".

Come sarebbe Raffaele oggi se non fosse successo ciò che è successo?

"Probabilmente non avrei avuto l’idea di questo progetto ma altrettanto probabilmente ne avrei avute altre. Magari avrei realizzato il sogno che avevo da bambino, cioè progettare videogiochi. Avrei avuto una sfera affettiva più stabile, magari sarei già padre di quel numero indefinito di bambini. Posso garantire però che il Raffaele che ero da bambino non è cambiato. È cambiata la mia esperienza, la mia consapevolezza, ho alimentato la conoscenza di me stesso, la mia cultura e la mia formazione. Ma l’indole è quella di sempre".

Cosa ti ha insegnato la tua esperienza, che magari oggi applichi o consiglieresti di applicare anche in ambito professionale?

"Consigliare qualcosa è difficile, le problematiche che la vita ti pone davanti sono così varie che non esiste una verità universale. In generale mi sento di dire, anche alla luce di ciò che mi è successo, di non fermarsi mai alla superficie. Di indagare ogni dettaglio, approfondirlo, riflettere anche sulle cose apparentemente più banali e sviluppare un occhio critico sulla realtà circostante. Ho realizzato che vale anche per il business, seppur mi ci stia affacciando solo adesso. Non c’è altro modo di capire se un’idea può avere un seguito, può essere progettata, se ha un mercato nel quale può trovare una propria via e svilupparsi".

Ha i piedi per terra, Raffaele. Come chi per terra ci ha sbattuto senza sapere quando e se si sarebbe rialzato. È razionale, sì, come un ingegnere, ma un ingegnere a cui a poco più di vent’anni è stata preclusa ogni forma di rosea immaginazione. Non ha l’approccio spregiudicato del businessman megalomane. L’entusiasmo che dimostra per il suo progetto è ponderato, mai tradito dal tono di voce composto di chi per troppo tempo ha sentito altri parlare al posto suo. Ha un approccio cauto, raro nell’imprenditoria odierna. La prudenza di chi vuole fare un passo alla volta e la fermezza di chi ha già in mente quello successivo. Forse è vero, la sua persona e il suo business sono scindibili, ma se c’è un punto di forza nel suo business è l’averci investito tutta la sua persona. E forse è questo che porta un’idea al successo: darle un valore, prima di darle un prezzo.