Com'è stato il vostro rapporto con la burocrazia italiana?
Diciamo abbastanza difficile. Muoversi nella legalità è un lusso in Italia. Rispettare tutte le regole, fiscali e burocratiche, è un lusso vero e proprio. Noi possiamo permettercelo, ma questo è drammatico, perché significa che non tutti possono farlo, che la maggior parte delle persone non lo fa e che chi, invece, si muove nel giusto, è legittimato a sentirsi un cretino. Per noi è un grande privilegio non misurarci con tutto questo: il nostro mercato sono studenti e ragazzi che viaggiano e che ci danno un feedback. Questo è il nostro vero metro di paragone ed è incredibilmente soddisfacente. Pensa solo alla modulistica della tassa di soggiorno: tra stampa, compilazione, archiviazione e tutto il resto, ogni giorno, solo in questa attività, se ne vanno all’incirca tre ore di lavoro per entrambi gli ostelli. Sembra poco, ma non lo è affatto! Abbiamo avuto 35-36 ispezioni da quando siamo nati. L’unica sanzione che abbiamo avuto è stata appunto quella per pesci rossi. La ricompensa viene da chi ci testa (e magari torna), non dall'ambiente esterno.
Ostello Bello non è solo un riferimento per i viaggiatori: è anche un punto di ritrovo per i milanesi. Come siete riusciti a costruire questa realtà?
Dando un carattere di apertura, di internazionalità e portando veri contenuti. Per me, però, il punto principale è l’Ostello; il bar viene dopo. Noi non vendiamo un servizio e basta. Noi offriamo un'esperienza, e vogliamo essere traino per tutto il mondo degli ostelli. In che modo? Aumentando il target, per esempio: gli ostelli sono per tutti. C’è un carattere quasi ecumenico dell’ostello e deve essere assolutamente percepibile. Noi offriamo un’esperienza: Ostello Bello è casa. Anche per questo siamo riusciti ad avvicinare anche i milanesi. Ed ecco perché non abbiamo paura dei competitors: perchè stiamo vendendo un’altra cosa. Facciamo ostelli: è quello che ci riesce bene.

