E non a caso persino la nostra Enel, sempre poche settimane fa, ha annunciato il lancio di un programma di supporto tecnologico a favore della Silicon Wadi, che partirà a maggio. Certo, il fatto che Enel sia partecipata al 25% dal governo potrebbe lasciar presagire ai maligni un secondo fine tendente più al politico che all’economico, ma piantare il tricolore su un terreno tanto fertile in termini di innovazione potrebbe non essere una mossa sbagliata. Anche perché rischiamo di imparare qualcosa.
Sì perché neanche il successo di Israele è casuale. In primo luogo, il limitato mercato interno fa sì che ogni business nasca con un’impronta internazionale, pronto per essere esportato e facilmente scalato. Il supporto del governo, poi, è sempre stato notevole: dallo Yozma Program del 1993, che con un mix di incentivi fiscali e finanziamenti diretti ha portato il venture capital dai $53 milioni del 1991 ai $3 miliardi del 2000, alla concessione di prestiti a tassi contenuti attingendo risorse dal budget pubblico, all’intervento di due giorni fa sulla tassazione del capital gain di chi vende la propria quote nella startup, ridotta dal 48-50% al 25-30%.
Uno dei principali asset del paese rimane però il capitale umano: una forza lavoro estremamente specializzata, al primo posto per numero di ingegneri e al secondo (dopo la Silicon Valley) per programmatori ed esperti di marketing e prodotto. Un know-how tecnologico sviluppato non solo nelle (eccellenti) università ma anche nell’ambito del servizio militare (obbligatorio per tutti gli israeliani), durante il quale si riceve una solida formazione scientifica, meccanica e robotica, di cui l’esercito è primo finanziatore. Persino il rischio geopolitico diventa un punto di forza: come affermato dal venture capitalist Jonathan Medved, “qui in Israele conviviamo con il rischio esistenziale, sotto la minaccia dei paesi confinanti e con la paura costante di intravedere forze armate all’orizzonte. Cos’è, in confronto, il rischio del creare una startup?”.

L’unica perplessità in questo circolo virtuoso sembra riguardare l’exit. I fondatori vendono troppo presto le proprie società, a prezzi spesso troppo convenienti per le facoltose multinazionali che le acquistano, impedendo di fatto al paese di creare un colosso domestico come hanno fatto la Finlandia con Nokia o la Germania con Siemens (per ora, in Israele, c’è solo Teva). Il fatto è che prezzi d’acquisto contenuti sono ciò che maggiormente attrae investitori (e capitali) stranieri, i quali, tra l’altro, non comprano le società per sradicarle e trasferirle a casa propria ma per svilupparle in loco, basandoci i propri centri di ricerca in modo da sfruttare ecosistema e lavoratori autoctoni. Israele potrebbe anche godersi i meritatissimi benefici che ne derivano, senza farsi prendere dall’ansia di dover a tutti i costi creare un competitor internazionale. E l’Italia potrebbe anche emularla, spingendo per un sistema di credito un po’ meno bancacentrico, sviluppando il mercato dei capitali per le startup, pretendendo una mano dal governo, guardando un po’ meno al fatturato e finanziando, prima di tutto, le idee.
