Xinjiang: Etnie e Sviluppo Economico sulla Nuova Via della Seta

Per lo Xinjiang, il significato geopolitico del progetto si salda con la sicurezza interna. Qui si trova la quarta concentrazione mondiale di turchi e la metà dei 23 milioni di musulmani cinesi. Xi Jinping, presentando la sua Via della Seta, ha evocato una “comunità di destino” di tutti i popoli asiatici. Nei fatti, attraverso prestiti e aiuti la Cina lega a sé altri paesi e aumenta il suo potere finanziario globale. Ciò prosegue in parte la strategia della Shanghai Cooperation Organization (SCO), un forum di paesi dell’Asia Centrale guidato dalla Cina che ha vincolato i rapporti energetici e commerciali alla cooperazione antiterroristica. D’altra parte, l’ascesa della Cina alimenta alcune preoccupazioni di egemonia, e la sfida sarà dimostrare la volontà di perseguire uno sviluppo comune: ciò significa anche saper indirizzare i problemi locali.

Potrà l’ambizioso piano “One Road, One Belt” risolvere i problemi specifici nello Xinjiang? Non se si prosegue con l’eccessiva pianificazione statale. Il progetto ha l’importante funzione di leverage dell’economia nazionale e di esportazione delle gigantesche capacità infrastrutturali cinesi, ma anni di sprechi nel settore delle costruzioni spingono a domandarsi quanto sia saggio immettere enormi risorse finanziare in progetti ad alto rischio e scarsi ritorni. Al di là del boom trainato dall’estrattivo, il modello di sviluppo dell’Ovest ha fatto ben pochi progressi e il rischio del “blind development” è di nuovo alle porte. Una Cina che vuole puntare all’innovazione e all’imprenditorialità non può commettere gli errori del passato.

Il progetto potrebbe davvero risolvere le disuguaglianze etniche se si elimineranno le barriere all’ingresso delle minoranze nei settori non agricoli. La crescita richiede riforme sociali mirate per colmare le contraddizioni: Pechino capirà che farle è nei suoi interessi? Per il Diplomat, il piano porterà ad una nuova stretta per le minoranze, sulla scia della politiche della SCO, soprattutto perché l’economia della regione diventerà ancora più dipendente dalla Cina; in una logica win-win, i governi autoritari centroasiatici potrebbero proseguire con la repressione del dissenso per garantire la sicurezza contro il terrorismo e accontentare la Cina.

* Questo articolo approfondisce alcuni temi affrontati nella mia tesi di laurea, “Il separatismo uighur nello Xinjiang: etnia, religione, società”, che può essere consultata con bibliografia al seguente link: https://unimi.academia.edu/rebeccaarcesati/Papers

* Foto di Copertina, credit to: Afp